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La tv di stato sempre più allo sfascio

Vendere la rai

Come riuscire a salvare il salvabile?

di Davide Giacalone - 02 febbraio 2012

La Rai è una sintesi dei mali nazionali, può essere l’occasione per dimostrare che esistono le soluzioni. Dalle nomine a Celentano c’è un filo che strangola il diritto e il buon costume, oscillando fra l’arrogante e il ridicolo. Un filo resistente, intessuto d’interessi e ipocrisie. C’è la buona occasione per tagliarlo. La via d’uscita ha mille pregi e nessun difetto: la Rai deve essere venduta. Sono convinto che le nomine interne non interessano a nessun cittadino. E’ materia che mette in agitazione il quartierino politico-giornalistico. Con tutto il rispetto per i coinvolti, la quasi totalità dei cittadini neanche sa chi siano. I giornaloni, però, sparano titoli in prima pagina, rubando spazio alle notizie ed esercitandosi nel mestiere cui molti si sentono vocati: essere letti (e apprezzati) dentro ai palazzi del presunto potere, vale a dire nei condomini dell’impotenza politica. Ma il racconto che forniscono è tutto giocato nella trama dell’intrigo e della guerra fra fazioni, rinunciando a raccontare la storia più succosa: di cosa diavolo si sta parlando? Urlano che un consigliere d’amministrazione s’è dimesso sdegnato, rilanciano le parole del presidente, secondo il quale non si può andare avanti così, ma che è successo? Qui è la cosa divertente: dal punto di vista pratico è successo quel che succede, ogni giorno, in tanti cosigli d’amministrazione, del tutto coerente con quel che la legge prevede: hanno votato e la maggioranza ha deciso. Semplice e regolare. Ma diventa subito scandaloso, perché la regola, da quelle parti, non è votare e decidere, ma discutere e spartire, per poi condividere e approvare all’unanimità. La Rai va venduta, anche perché inquina il diritto.

Fin quando si trattava di mandare via Augusto Minzolini c’era l’accordo, quando s’è trattato di scegliere il successore, invece, no. Era giusto mandare via il vecchio direttore? Sì e no. Sì, se si pensa che la Rai sia un luogo ove non debbano trovare posto linee editoriali schierate, e Minzolini lo era. No, perché i casi di faziosità editoriale sono la regola, da quelle parti, non l’eccezione, sicché si vuole che ad andare via sia solo chi è schierato dalla parte che gli altri considerano sbagliata. Tutti gli altri fanno carriera. Perché la maggioranza è di centro destra, talché ha potuto nominare il direttore di Tg1 e TgR (gradito alla Lega, ove si dimostra che Roma è ladrona ma l’omologazione non perdona) mettendo in minoranza gli altri? Perché la Rai è una televisione di Stato, i cui organi societari sono di nomina politica e spartitoria, quindi riverberano (se non proprio rispecchiano) gli equilibri parlamentari.

E’ uno schifo? Concordo, ma c’è un solo modo per porre fine alla faccenda: venderla. Altri, invece, vogliono solo porre fine al ruolo di questa maggioranza, per la quale cosa, però, devono vincere le elezioni. Quando l’attuale vertice s’è insediato alla presidenza fu messo (con il medesimo criterio che ha piazzato tutti gli altri) Paolo Garimberti, giornalista di lungo corso, d’osservanza scalfariana. Rientra fra le cose orride l’idea che chi presiede un cda voglia scandalizzarsi per il fatto che le decisioni siano prese a maggioranza (il criterio opposto ha un difetto: è illegale). Mentre rientra fra le ridicole che quel presidente, o altri, avrebbe fatto da garanzia. Ma garanzia di che? Mentre ai piani alti ci si scucuzza inutilmente, perché tanto la scelta è chiara, o la lottizzazione o la vendita, alla cassa passa Celentano, totalizzando il massimo di guadagno e trionfale infingardaggine. A me va benissimo che chi vale sia pagato, anche tantissimo (ho qualche dubbio sul fatto che gli italiani s’appassionino alla ripetitiva sbobba annuale: sarà libero o meno di dir quel che vuole? ma dica pure, ci mancherebbe, non a spese mie, se possibile), ma se una televisione strapaga una stella dello spettacolo lo fa non per elevare la coscienza patria, ma per attirare pubblico, il che significa che quella televisione è commerciale, funzionando secondo la seguente logica: più pubblico, più pubblicità, più incassi. Da qui: se la Rai è commerciale, vendetela.

Ma la Rai non lo è, al punto che, come si dimostra con Fiorello, spende per fare audience ma non incassa in proporzione. Un fallimento, purtroppo compensato con i soldi del canone, ovvero con una tassa insensata e odiosa, che si legittima solo in quanto c’è una televisione di Stato. Al figlio della foca, però, pare brutto far vedere dove porta la via Gluck, allora ecco la trovata parrocchiale: darò tutto in beneficenza. No, scusi, esimio Celentano, premesso che la nonna insegnava che la beneficenza si fa senza vantarsene, comunque preferisco farla io, direttamente, con i soldi del canone che non mi va di pagare. La legge (purtroppo) impedisce di privatizzare l’intera Rai, ed è colpa del centro destra. Si esca dal pantano vendendo reti (si può), che ne hanno più di troppe. Oltre ad evitare scene grottesche, come queste, il mercato si aprirebbe a concorrenza vera, non assistita, e anche insidiosa per il principale competitore di Rai: Mediaset. Proprio così, e il fatto che fra gli avversari ideologici delle televisioni berlusconiane sia stato sempre di moda sostenere la necessità della televisione pubblica (Veltroni docet) vi dice quanto quelle schiere siano affollate da falsi. Quando non direttamente da stupidi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario