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Liberal-protezionismo vs libero scambismo

Vecchie e nuove teorie economiche

Il liberismo è solo teoria, il protezionismo invece potrebbe essere una via d’uscita

di Antonio Gesualdi - 13 dicembre 2006

Negli ultimi anni mi sono idealmente iscritto alla cerchia liberale neo-protezionista. E" un azzardo, ma forse è anche una via d"uscita. Mi riparo dagli attacchi dei liberal libero scambisti, magari di formazione ingegneristica come i giavazzisti, sostenendo che il "liberalismo di scuola", appunto, è solo teorico. Anzi come ci ha sempre ben spiegato Matteucci, e se ho capito bene: il liberalismo è una cosa che si fa, facendolo. Cito Friedrich List, tedesco esiliato negli Stati Uniti per le sue idee liberali che fu acceso sostenitore dello Zollverein (l"unione doganale dei piccoli stati tedeschi). Cito Keynes quando scrive: "simpatizzo con quelli che ridurrebbero al minimo, invece che con quanti massimizzerebbero gli intrecci economici tra le nazioni. Le idee, la conoscenza, l"arte, l"ospitalità, i viaggi, queste sono cose che dovrebbero per loro natura essere internazionali. Ma lasciamo che le merci siano fatte in casa, nel caso in cui sia ragionevole e convenientemente possibile; e soprattutto rendiamo la finanza un affare primariamente nazionale." Che interesse nazionale potranno mai avere, infatti, un imprenditore che ha le proprie aziende all"estero e un lavoratore.
Oggi l"ex ministro Tremonti sembra essere diventato, anch"egli, un Listiankeynesiano con la critica feroce al "mercatismo" e la presa della realtà che gli accordi bilaterali tra Paesi è molto più prolifica del multilateralismo. Un tributarista (e non economista o ingengere) come Tremonti dice che "il mercato non può essere il luogo assoluto della politica".
E, infatti, ciò che chiamiamo globalizzazione (che è come lo "spirito santo"; in ogni luogo... e quindi in nessun luogo!), è solo una riduzione dei termini del reale.
La Cina, ad esempio, che tutti vedono come "l"industria del mondo" non va affatto in quella direzione. David Landes spreca decine di pagine nella sua monumentale "Ricchezza e povertà delle nazioni" per spiegare che i paesi in via di sviluppo, quando si sviluppano, utilizzano il vantaggio di chi si è sviluppato prima di loro. Dunque oggi la Cina non è nel percorso dell"Inghilterra della Rivoluzione industriale. Oggi la Cina è il secondo Paese al mondo per spesa in ricerca & sviluppo. E" davanti al Giappone. E non lo dicono i cinesi ma l"Ocse (http://213.253.134.29/oecd/pdfs/browseit/9206081E.PDF - Pag 44). Dal 1994 al 2005 i cinesi hanno quintuplicato la spesa in R&S. E" anche vero che se diamo retta alla Banca mondiale dobbiamo assumere che tra il 2001 e il 2003 il 10% dei cinesi si è impoverito (significa 130 milioni di persone!). E si tratta, soprattutto, di contadini dell"interno. Dunque - con una crescita del Pil del 10% all"anno - ci sono i cinesi che si stanno arricchendo, ma anche quelli che si stanno impoverendo. E" una questione politica, non economica. La Cina non sta diventando il Paese delle industrie per poi diventare il Paese dei servizi, ma sta diventando un"altra cosa. Come l"Europa. Come il Mondo.
E questa è l"ennesima - reale - dimostrazione che le teorie classiche sulla specializzazione dei Paesi non reggono più. La Cina, come l"India, può contare - come entità Paese - su grande disponibilità di manodopera, ma appunto può farlo in quanto entità politica, nazionale e dunque - o infine - economica. Accettare le frontiere politiche, dunque, significa limitare il libero scambismo economico. O sono in discussione anche le frontiere? La crescita economica, legata a doppio filo alla politica, in Cina potrebbe favorire la coesione sociale e il sentimento nazionale. La stagnazione europea-occidentale potrebbe favorire la disintegrazione. Cosa possono fare le altre entità politiche nazionali come, ad esempio, l"Italia, o l"Austria o la Francia che hanno solo qualche decina di milioni di abitanti e un vantaggio competitivo che si assottiglia? Gli Stati Uniti d"Europa, naturalmente (e politicamente); sola dimensione possibile per competere con aree fortemente protette come gli Stati Uniti e la Cina. Dobbiamo mettere in conto che vi sono - e vi saranno per lungo tempo - cinesi disponibili a qualsiasi lavoro e condizione di lavoro pur di aumentare il proprio salario, e in qualsiasi settore. E vi saranno anche americani che, pur di continuare quel tenore di vita, potrebbero chiedere una più forte mobilitazione militarista o avere un risucchio isolazionista. Dobbiamo anche mettere in conto una possibile disgregazione sociale: se in Europa non aumenterà la disoccupazione (ma solo perché, ormai, non si fanno più figli!) non aumenteranno neppure i salari. Aumenterà, certamente, la ricchezza delle aziende - americane, giapponesi ed europee - che hanno delocalizzato in Cina; ma è una ricchezza per pochi. Come verrà distribuita a chi, nel frattempo, si è impoverito? La politica può azzardare un protezionismo settoriale, dettagliato e palliativo per accompagnare alla morte le aziende decotte e i settori dequalificati e allo stesso tempo incubare il nuovo che nascerà o vorrà nascere. La politica - come ha ben scritto il presidente Cisnetto - potrà anche considerare vie diverse di quelle imposte dalla sado-moneta della Banca Centrale Europea.
L"economicismo, e la finanza spicciola, ci inchiodano ad un teorico e improduttivo libero scambismo che non tiene mai conto che oltre alla scuola c"è anche il dopo-scuola.
Oggi il protezionismo potrebbe essere un azzardo, è vero, ma forse anche una via d"uscita.

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