ultimora
Public Policy

Difendiamo i lavoratori non tutelati

Urgono riforme strutturali

Cogliamo l'occasione della crisi per dar vita a una rivoluzione sociale e culturale

di Davide Giacalone - 03 marzo 2009

Di aiuti ai disoccupati vale la pena parlare. Anzi, credo sia il terreno giusto per porre, alla sinistra ed ai sindacati, problemi ineludibili. Franceschini non ne ha il copyright, qui ne parliamo da tempo, sostenendo che gli aiuti pubblici devono difendere i lavoratori non i posti di lavoro, chi vuol produrre non chi se n’è dimostrato incapace. Abbiamo argomentato che la durezza della crisi è l’occasione per impostare questa rivoluzione sociale e culturale, perché gli ammortizzatori sociali, così come sono, risolvono poco e coprono le inefficienze, prolungando le difficoltà.

Dire che si vogliono dare soldi ai disoccupati, però, è e resta una scemenza, una frase da comizio, se non s’imposta una politica coerente. Primo, perché non possiamo permetterci di spendere in deficit, dato che abbiamo già un debito mostruoso. Secondo, perché chi governa deve scegliere, non lanciare quattrini a casaccio. Un dato aiuta a capire molto: la gestione Inps relativa ai lavoratori a tempo determinato, come ricorda Giuliano Cazzola, è in attivo per sei miliardi l’anno. I soldi avanzano, ma li si prende per metterli nelle tasche dei pensionati. Togliamo ai non garantiti per dare ai garantiti. Tanto è vero che Enrico Letta si sente in dovere di dire: siamo disponibili ad una riforma del sistema pensionistico. Bene, ma sono proprio loro ad averlo voluto così, ingiusto. Il centro destra fece troppo poco, varando la riforma Maroni, ma il centro sinistra cancellò pure quella, mangiando i soldi dei precari. Il sindacato applaudì, tanto i lavoratori non li conosce, e protestammo solo noi.

Se si vuole, finalmente, dare una mano ai non tutelati, si deve alzare l’età pensionabile e far cadere qualche privilegio. Se non si vuole che il sussidio diventi una pensione anticipata, si deve mettere mano alla riforma del lavoro. Se si vuole discutere con sindacati seri, che difendano i lavoratori e non se stessi, si deve dare applicazione all’articolo 39 della Costituzione. La sinistra è disposta a discutere di queste cose, relegando nel museo degli orrori le cose che ha detto e fatto fino a ieri mattina? Benissimo, sarà diventata di sinistra. Ma se Franceschini vuole un decreto, per foraggiare i presenti a spese dei posteri, allora sono quelli di sempre: democristiani fuori e comunisti dentro.

Pubblicato su Libero di martedì 3 marzo

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario