ultimora
Public Policy

G20: verso una nuova Bretton Woods

Urge una terapia shock

Sono necessarie una grande determinazione e un forte senso di responsabilità storica

di Angelo De Mattia - 02 aprile 2009

Se non fosse per le tensioni che affiorano in Europa con Sarkozy – che minaccia la politica della sedia vuota – e la Merkel che, insieme a lui, già contesta la bozza di un possibile documento finale, oggi potrebbe essere la giornata di una favorevole congiunzione astrale tra i lavori del G20 londinese e la contemporanea riunione del Consiglio direttivo della Bce, chiamato ad adottare decisioni di politica monetaria e, in particolare, a deliberare sui tassi ufficiali di riferimento. Il Presidente Obama ha detto ieri che, con il G20, occorre agire subito contro la crisi.

Quanto alla Bce, negli ultimi giorni si è andata formando l’aspettativa di una riduzione del costo del denaro di mezzo punto, in modo da portarlo all’1 per cento. Intanto, l’Euribor continua a diminuire. E’ molto probabile che la misura prevista oggi venga effettivamente adottata dall’Istituto di Francoforte. Il reiterato peggioramento, nella zona euro, delle stime della crescita, dell’occupazione, della produzione industriale e, per contro, il drastico calo dell’inflazione costituiscono il constesto più idoneo per un ulteriore, netto taglio dei tassi.

Non è ipotizzabile, dunque, un abbassamento di minore entità, non ostando al previsto decremento nessuna ragione, né di ordine statutario – con riferimento all’obiettivo della Bce di mantenere, come da mandato, la stabilità dei prezzi – né di strategia di politica monetaria. Semmai, andrebbe valutato se accompagnare il taglio con altre misure, quale una definitiva decisione sull’ammissibilità dell’acquisizione di obbligazioni private ai fini delle operazioni tipiche di banca centrale. Una scelta in tal senso segnalerebbe un (positivo) cambio di impostazione, nel senso della promozione di una strategia d’urto, anziché di una politica della escalation delle risposte di pari passo con la verifica della inefficacia di quelle in precedenza decise.

Proprio perché, da parte di esperti e operatori, si comincia a intravedere qualche segnale di mutamento nel panorama economico-finanziario, non sarebbe fuori luogo una terapia shock, piuttosto che, per ricorrere a una metafora, centellinare le singole medicine e le singole dosi e riservarsi il cocktail più potente di antibiotici come extrema ratio, anche perché la dilazione potrebbe far venir meno l’efficacia della terapia se il contesto economico si deteriorasse fortemente.

Ma organiche, incisive decisioni di politica monetaria sarebbero assai importanti anche per il G20. La preparazione di quest’ultimo incontro all’insegna della nuova Bretton Woods o del New Deal bis ha sbilanciato troppo le attese. I raffronti non reggono affatto. Occorre un bagno di realismo. Il mondo intero si attende risposte concrete, almeno nei confronti degli aspetti più pesanti della crisi e maggiormente penalizzanti le fasce deboli, come del resto dimostrano le manifestazioni di piazza, che ci si augura non travalichino, anche se ieri, purtroppo, numerosi dimostranti hanno infiammato la protesta, a Londra, frantumando vetrine e scontrandosi con la polizia.

Si evidenziano, comunque, un forte disagio sociale e una ostilità contro le maggiori storture che la crisi ha fatto emergere, come, per esempio, i trattamenti dei manager, di cui si è scritto abbondantemente su queste colonne. Una nuova Bretton Woods è tutt’altra cosa. Non siamo nel secondo dopoguerra. Oggi, un’idea del genere si può realizzare, come pure è stato detto, solo come work in progress.

Ma se obiettivo del vertice è anche, e forse soprattutto, quello di rialimentare la fiducia, non a parole bensì con azioni concrete, allora al varo di nuove regole e di nuovi indirizzi su tutti i temi all’ordine del giorno che caratterizzano la crisi finanziaria – dai paradisi fiscali ai controlli sul credito e sulla finanza, ai trattamenti dei manager, alla riforma del Fondo monetario internazionale, al patrimonio e ai rischi delle banche, etc. - deve accompagnarsi un’indicazione netta, cogente, per un ulteriore impulso alla crescita con l’impiego di risorse pubbliche aggiuntive.

Il proposito del premier Berlusconi di sottoporre al G20 un “patto sociale “ per il lavoro è interessante, a condizione che non si tratti di pura declamazione. Esso, in ogni caso, presuppone che si abbandoni, da parte non solo dell’Italia, ma anche della Germania, la linea della resistenza alla decisione di imprimere ulteriori stimoli fiscali, come vorrebbero gli Usa. Si aumenterebbero troppo le spese e i deficit pubblici, come teme Trichet? Può essere un rischio; e tuttavia lo si può prevenire avendo il coraggio di promuovere progressivamente misure strutturali compensative.

Un’efficace decisione della Bce non potrebbe che agevolare la messa in moto di iniziative per fare ripartire la crescita. Gordon Brown ha sintetizzato bene i tre test del summit di Londra: controllo delle banche, misure per il rilancio economico, sostegno ai Paesi in via di sviluppo, il tutto nel quadro di una forte ripresa della cooperazione internazionale e del contrasto del protezionismo. Il Presidente degli Usa ha detto che non sarebbero accettabili mezze misure e, molto significativamente, ha aggiunto che gli americani stanno facendo tutto ciò che è necessario per stimolare la crescita.

Il G20, dunque, non può concludersi con i soliti documenti che dicono tutto e il contrario di tutto. Sarebbe il fallimento non solo di questo summit, ma della idea stessa di una governance globale da rifondare. Altro che nuovo ordine monetario internazionale, altro che governo della globalizzazione. Al fallimento del giustamente deprecato mercatismo seguirebbe quello dei poteri statuali, dell’architettura globale, per quel poco che c’è e per quel tanto che si spera di conseguire.

Un esito soddisfacente – non dico un successo – è necessario. Diversamente, ci si dovrebbe amaramente interrogare sul livello delle classi dirigenti in campo internazionale. Il peggio del peggio potrebbe poi avvenire se l’Europa fosse incapace di una single voice; se addirittura si spaccasse; se si dimostrasse inconcludente, anziché perseguire una partnership con gli Usa per guidare il summit verso un approdo capace di rispondere positivamente alle legittime speranze. Partita con l’ambizione di rifondare il diritto internazionale in materia finanziaria e di contrastare la crisi, l’Europa coglierebbe un ben misero risultato. Non potrà accadere. Ma non è scontato. Sono necessarie una grande determinazione e un forte senso di responsabilità storica.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario