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Oggi come allora? Paragone non inappropriato

Uno stop ai quattordici anni buttati

Il pareggio alle elezioni del 9 aprile e quelle del 1992. Una coincidenza curiosa

di Enrico Cisnetto - 23 giugno 2006

Quattordici anni buttati via. Con oggi, sono trascorsi 5240 giorni dal 17 febbraio del 1992, giorno dell’arresto di Mario Chiesa e virtuale inizio della cosiddetta Tangentopoli. E sono passati 5031 giorni da quella maledetta domenica 13 settembre 1992, in cui il presidente del Consiglio Giuliano Amato annunciò che per arginare l’incombente crisi finanziaria (svalutazione della lira e successiva uscita dal Sistema monetario europeo), il governo era costretto a varare una legge Finanziaria da quasi 100 mila miliardi (aumento dell’età pensionabile e dell’anzianità contributiva, blocco dei pensionamenti, minimum tax, patrimoniale sulle imprese, prelievo sui conti correnti bancari, tassa sul medico di famiglia e ticket sanitari, Ici, blocco di stipendi e assunzioni nel pubblico impiego, privatizzazioni). E 14 anni dopo l’Italia è ancora alle prese sia con la “questione morale” che con l’emergenza dei conti pubblici. Infatti, non c’è bisogno di essere irriducibili garantisti per accorgersi che dal caso Fiorani a quello Unipol, da Calciopoli al Savoiagate, sono troppe le assonanze con la stagione di Mani Pulite – le intercettazioni e il loro uso criminale, la gogna mediatica, il protagonismo di alcuni magistrati, l’inversione dell’onere della prova, la caduta del principio della presunzione d’innocenza, l’assoluta discrezionalità nell’uso dell’azione penale e della carcerazione preventiva – per non parlare di una nuova stagione giustizialista. Così come non c’è bisogno di chiamarsi Marco Travaglio per capire che il Paese è ancora, e più di prima, intriso di una cultura e di una pratica dell’illegalità, dell’irregolarità e soprattutto dell’irresponsabilità che supera il livello fisiologico e assume i contorni di una tragica patologia. Alla quale, in questi interminabili 14 anni non si è messo mano, rendendo il sistema di giustizia la cosa più incivile che abbiamo. Non so dire se le varie situazioni che la cronaca ci propone assumeranno, come ai tempi di Tangentopoli, una dimensione sistemica, ma certo è sconsolante vedere come quella che pomposamente si è fatta chiamare Seconda Repubblica in tutti questi anni non sia stata capace di affrontare i nodi della questione giustizia, a cominciare da una discussione seria sul tema dei costi della politica e del suo finanziamento. Tanto che il discorso pronunciato il 3 luglio 1992 da Bettino Craxi alla Camera sulla responsabilità dell’intera classe politica, potrebbe essere riproposto oggi senza alcuna necessità di modifica.
E al 1992 ha fatto riferimento in questi giorni anche il neo-ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, affermando che la situazione della finanza pubblica è come quella di allora, se non peggio. Questo non perché dei conti dello Stato siano più fuori controllo di quando si temeva la “bancarotta” dell’Italia Spa, ma perché nel frattempo abbiamo spremuto il Paese con manovre e manovrine, una tantum e privatizzazioni per far cassa, senza risolvere nulla. Prendiamo il debito: quest’anno, senza intervento correttivo, arriverà al 108,3% del pil, certificando la fine di quel processo seppur lento di riduzione iniziato nel 1995, dopo che nel 1994 il rapporto debito-pil aveva toccato il record del 126%. I più semplicisti dicono: beh, se undici anni fa il debito pesava sul pil per quasi 18 punti in più di quanto sarà a fine 2006, pazienza per l’inversione di tendenza in negativo ma non vale la pena fasciarsi la testa. Peccato, però, che l’Italia si sia assunta l’impegno, firmando il patto di Maastricht, di ridurre il debito al 60% del pil in un tempo informalmente inteso tra un minimo di uno e un massimo di due decenni). E che nel frattempo, tra il 1992 e il 2004, tenendo conto anche dei proventi delle privatizzazioni, si sia “spesa” l’astronomica cifra di 800 miliardi di euro in moneta rivalutata per cancellare la parte eccedente il 60% di debito-pil (720 miliardi a fine 2005), trovandoci ora lontani di ben 48 punti percentuali da quell’obiettivo. Se poi si considera che in questo scenario drammatico, stiamo perdendo anche il vantaggio dei tassi bassi – veri artefici del parziale e momentaneo “risanamento” che ci ha fatto entrare nell’euro – si capisce perché Padoa Schioppa, pur senza pronunciare la fatidica parola default, si assuma la responsabilità di rappresentare la cruda verità delle cifre.
Ma c’è un secondo motivo per cui “stiamo peggio del 1992”: perché in questi anni una politica assolutamente bipartisan nell’essere miope e sprecona si è distinta nell’irresponsabile moltiplicazione delle spese. L’esempio più calzante è quello del “federalismo all’italiana”, che sarebbe più corretto chiamare localismo. Esso non solo ha moltiplicato i livelli decisionali, quindi la burocrazia e i diritti di veto – producendo inefficienza – ma anche e soprattutto i livelli di spesa, con un effetto che oggi è sotto gli occhi di tutti (vedi le sei Regioni che hanno sforato i “tetti” della sanità).
Per questo non ha molta importanza se domenica votiamo No o Sì, mentre ne ha moltissima se subito dopo il referendum – e a prescindere dal suo esito – si riesce a mettere mano ad un processo (ri)costituente. Altrimenti altro tempo è destinato ad aggiungersi ai maledetti 14 anni che separano le ultime elezioni politiche della Prima Repubblica (5 aprile 1992, al pentapartito il 53,24 dei voti alla Camera e il 50,97% al Senato) da quelle che speriamo siano state le ultime della Seconda Repubblica (9-10 aprile 2006, pareggio).

Pubblicato sul Foglio del 23 giugno 2006

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