ultimora
Public Policy

Quanto ci costerà questo pseudo-federalismo?

Uno spot da 27 miliardi

Quello di cui abbiamo bisogno è, semmai,una semplificazione istituzionale

di Enrico Cisnetto - 19 marzo 2009

Alt. Fermi tutti: mentre alla Camera si svolge in questi giorni l’esame sul disegno di legge delega sul cosiddetto federalismo fiscale, con lo strano flirt tra Lega e Pd basato su interessi convergenti – il partito di Bossi cerca l’appoggio più largo possibile su quello che è il suo core business, la devoluzione, mentre quello di Franceschini ragiona secondo una logica perversa tipo “i potenziali nemici dei miei nemici sono miei amici” – fermiamoci a riflettere che cosa significherebbe questo federalismo soprattutto in termini di spesa. Una spesa che nessuno, finora, si è premurato di quantificare. Ma che, tutti ne sono certi, crescerà esponenzialmente. Soprattutto a causa di una delle voci di spesa che, in tutti gli schieramenti e nell’opinione pubblica, si era deciso di abbattere: quella delle province.

Se andrà in porto il disegno di legge delega, infatti, a questi enti inutili confluirà un super-tesoretto di 27 miliardi di euro: una cifra colossale, calcolata dall’università La Sapienza di Roma, e citata da Libero, che nei mesi scorsi aveva lanciato una grande campagna per l’abolizione delle famigerate province.

Una cifra “mostruosa” come direbbe il comico-torquemada Beppe Grillo, un altro che si era battuto a gran voce per l’abolizione, nei mesi scorsi (e oggi?). Del resto, c’è stato un momento in cui tutti – maggioranza, opposizione, opinione pubblica – sembravano pronti a scendere in piazza contro l’inutilità di questi enti che già oggi costano circa 17,5 miliardi di euro l’anno, la maggior parte dei quali va per spese correnti di automantenimento. A marzo 2008, nel programma del Pdl “Rialzati, Italia”, uno dei 7 punti-cardine era “ridurre la spesa pubblica a partire dal costo della politica e dell’apparato burocratico: ad esempio le province inutili”. E in quello del Pd: “via le Province inutili e loro fusione con le aree metropolitane”. Dello stesso avviso era la quasi insurrezione popolare contro “la Casta”.

Un anno dopo, a marzo 2009, ecco il calcolo della Sapienza: con le province che non solo non scompaiono ma che, da un costo che parte dai già sbalorditivi 17,5 miliardi annui attuali, si prepara a salire di circa il 65%. Come? Già all’articolo 1 la nuova legge che viene votata in questi giorni riconosce la necessità di “attribuire un loro patrimonio a comuni, città metropolitane, province e regioni”.

Ma è all’articolo 2 che la legge parla chiaramente di “autonomia finanziaria delle province”. In maniera ancora più esplicita, prevede che esse abbiano “risorse autonome derivanti da tributi ed entrate proprie”. Da dove si prenderanno queste risorse? Semplice: ne otteranno una parte dell’Irpef pagata dai contribuenti e addirittura potrebbero inoltre fissare nuovi tributi.

Arrivando così, si calcola, a quota 27 miliardi: una cifra, per chi non lo sapesse, che vale quasi il doppio del “punto di pil” della manovra anticiclica ipotizzata dal Pd, oppure quattro volte la manovra anticrisi del Governo (6,3 miliardi stanziati per il 2009), o ancora due terzi del deficit italiano.

L’evidenza di queste cifre è palese e disarmante. Così come la volontà politica di Umberto Bossi, che su questa devolution travestita da federalismo si gioca tutto: le province sono fondamentali perché “costituiscono l’identità e non si può vivere senza l’identità”, ha ricordato il Senatùr. E il Pd di Franceschini, in cerca di una sponda nella maggioranza con improbabili funzioni di fronda, si astiene e avalla.

Francamente, un gran brutto spettacolo, da cui si è tirata fuori solamente l’Udc di Pier Ferdinando Casini, insieme al “non possumus” di Giorgio La Malfa. Per entrambi non ci sono solo i rilievi di costituzionalità di questo pseudo-federalismo, ci sono, soprattutto, le voci di spesa incontrollate che nessuno, tranne le analisi che qui abbiamo citato, ha voluto indicare. Per chi, come il sottoscritto, ha sempre mostrato scetticismo, se non peggio, per il federalismo leghista, che frammenta verso il basso e moltiplica, invece che ridurre, i centri di spesa e di “in-decisione” del Paese, è l’ulteriore conferma delle proprie posizioni.

Per combattere il declino era già assurdo pensare a un’idea di questo genere: quello di cui abbiamo bisogno, infatti, è semmai una semplificazione istituzionale: di sfrondare un tessuto fatto di 8100 comuni, 107 province, 20 regioni, 330 comunità montane, 63 consorzi di bacino che servono 2 mila comuni, e così via. Una massa di enti inutili che ha portato a un aumento delle tasse locali per i cittadini del 111% dal 1995 al 2006.

Ci si aspettava che, con l’avvento del federalismo bossiano, che sicuramente aumenterà la spesa pubblica, almeno la voce delle province, su “grande richiesta” del Paese intero, venisse meno. Invece no: non solo rimangono, ma anzi otterranno regalie ancor più generose. Non c’è che dire: se questo è l’inizio (bipartisan), ne vedremo delle belle.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario