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Public Policy

Non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire

Un'Italia allo sbaraglio

Il vero problema è che la nostra politica non rappresenta più gli interessi del Paese

di Davide Giacalone - 10 aprile 2008

Si litiga sulla bandiera, mentre il pennone si sbriciola. L’allarme dei dati Ocse dovrebbe essere una sirena capace di spaccarci i timpani, invece arriva come l’eco moscio da un quartiere lontano. Parliamo di crisi e declino da tempo, nulla accade, ed ora quei dati sembrano doversi aggiungere al pacco delle cose ininfluenti. Invece fanno paura: l’Italia è ultima in classifica in quanto a produttività generale ed anche in quanto a produttività per ora lavorata. Siamo al ventesimo posto, fra i Paesi industrializzati, per quel che riguarda il prodotto pro capite. Non è una bella posizione, ma ancora testimonia della nostra accumulata ricchezza. Quella stessa ricchezza che ci droga, che corrompe l’anima del ceto più ricco, da cui proviene una classe sempre meno dirigente. E questo è il vero cuore del problema: la nostra politica non rappresenta più gli interessi del Paese, ma solo quelli di chi vive di rendita o di protezione.

La produttività non cresce perché i sindacati difendono solo i diritti acquisiti e non quelli del lavoro. Le organizzazioni imprenditoriali difendono gli affari e non il mercato. La politica si difende dalla realtà inscenando scontri di rara inutilità. Intanto la scuola e l’università affondano, condannando i giovani alla marginalità. La giustizia agonizza, togliendo al mercato certezza del diritto. La legislazione del lavoro è quella del secolo scorso. In compenso si fa scendere l’età pensionabile e la si promette alle casalinghe. Tanto il debito è talmente grande che non è neanche il caso di parlarne.

E questo scenario demenziale è possibile solo perché dal palcoscenico pubblico sono spariti gli interessi dei giovani, dei lavoratori, delle imprese che lavorano nel mercato vero. I primi condannati dalla loro debolezza, le seconde sempre più interessate a quel che accade altrove. Anche in questa campagna elettorale, manca la rappresentanza degli interessi vitali. C’è gran caciara sul passato, ma un silenzio angoscioso sul futuro. I cittadini non sono sfessati perché non si litiga, ma perché faticano a trovare qualche cosa di pertinente. Voteranno contro, come al solito. Ma lo faranno senza avere trovato un’idea, un linguaggio, una concreta serietà con cui ribaltare la realtà di questi dati, di questo progressivo scivolare che c’incattivisce.

Pubblicato da Liberodi giovedì 10 aprile

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario