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Public Policy

Verso le elezioni europee

Unione si, unione no

L'economia del vecchio continente è in crisi perché c'è poco mercato libero e troppa austerità

di Davide Giacalone - 20 maggio 2013

Viaggiamo verso le elezioni europee, ma anziché vedere nascere movimenti del tipo “riprendiamoci l’euro”, quindi tesi all’uso della sovranità monetaria, vediamo che movimenti anti europei spuntano e crescono per ogni dove, nell’Unione. Siccome non brillano per raffinatezza delle idee e delle proposte si deve stare attenti a non emularli nelle analisi. Soprattutto ci si deve chiedere: siamo sicuri che sia l’Unione il problema, anziché l’illusione di conservare il passato, e con quello lo stato sociale che conosciamo? Ciò che disamora i popoli è l’Unione, o non piuttosto il carico fiscale degli apparati statali? Troppo facile, e anche equivoco, scaricare le colpe sull’Europa. Nigel Farage, capo dell’inglese Ukip e gran raccoglitore di voti, è vero che continua a martellare contro l’Unione, essendo parlamentare europeo, ma è anche vero che ha espresso chiaramente il suo pensiero: il problema non è questo o quel trattato, bensì il lavoro, la crescita e l’immigrazione. Problemi che non hanno bisogno dell’Europa, per esistere.

La confusione genera un paradosso: così come classi politiche incapaci (ad esempio quella italiana) di tagliare la spesa pubblica finiscono con il perdere consensi perché accusate di tagliare prestazioni e servizi pubblici, che invece solo deperiscono e si sgretolano, così l’Unione è vissuta come causa di riduzione dello stato sociale, laddove è semmai vero l’opposto, ovvero che tende a burocratizzare e politicizzare tutto, asserendo che l’intervento pubblico è migliore della libertà di mercato (basti il settore agricolo). Condite questo con il fatto che, al contrario dell’area Usa o di quella asiatica, quella europea produce disoccupazione e recessione e ne viene fuori una miscela micidiale.

Siccome a guardare in casa propria ci si lascia distrarre dagli amori e dagli odi parentali, usiamo la casa altrui. Nel Regno Unito il capo del governo, conservatore sa bene che uscire dall’Unione sarebbe un errore e, del resto, non solo governa in alleanza con i liberaldemocratici, che sono favorevoli all’Unione, ma è appena stato dal presidente statunitense, il quale gli ha ripetuto che Uk non deve cambiare posizione. Il partito d’opposizione, il labourista, è stato al governo per molti anni e, se fosse stato per loro (in particolare per Blair) sarebbero anche entrati nell’euro. Eppure questo popò di schieramento, che raccoglie quasi tutto, trema all’idea del referendum sull’Unione. E fa bene a tremare, perché quella è divenuta il simbolo di problemi che sono anglo-inglesi, come la deindustrializzazione del Paese e un debito pubblico alto che porta con sé alta tassazione (mai come la nostra).

La cosa grottesca è che l’Unione sarebbe dovuta essere uno strumento per risolvere questi problemi, invece ha ingigantito la propria funzione burocratica e in parte li ha aggravati. Ha coltivato l’illusione interna che tutto possa essere statalizzato, anche le politiche di liberalizzazione, ma ha perso la capacità di pilotare gli interessi europei nel mercato globale. Così l’area più ricca e più equidistribuita del mondo è popolata da cittadini che si sentono poveri e preda d’intollerabile sperequazione. Mentre da destra e da sinistra si continua a difendere un modello di stato sociale che non è sostenibile, se non provocando i guasti che portano all’impoverimento. Dopo di che, si può pure fare il tiro a segno contro l’Europa, vuoi gioendo per il sorgere di populismi reazionari, vuoi disperandosi per il tramontare di antichi e fumosi ideali, ma così procedendo non si farà mai centro. Perché il bersaglio è fasullo. L’economia europea è in crisi per poco mercato realmente libero e per la prevalenza del dogma dell’austerità, ma la politica dei governi europei è in crisi perché s’è crepata la creazione di consenso mediante spesa pubblica.

Il guaio è che se appare effimero il fronte anti europeo non per questo ha senso il corteo europeista che recita la gnagnera del: più Unione per rimediare all’eurofallimento. Anche io cammino in quel corteo, me ne rendo conto. Ma se parlassimo più spesso di cose reali, come il sistema bancario europeo o la gestione del debito per alimentare la crescita del pil continentale, almeno sapremmo da che parte è diretto. Il maleficio consiste nel continuare a ragionare come se i protagonisti unici fossero gli stati nazionali, che o perdono funzione o sfasciano l’Unione. Il miracolo consisterebbe nell’occuparsi di interessi e conflitti reali, riconoscendo che c’è chi, come noi, non può continuare a mantenere parte dei cittadini con spesa improduttiva e chi, come i tedeschi, non possono avere banche tarocche che si reggono in piedi solo speculando sul vantaggio dei tassi d’interesse. Come tutte le cose vere, l’Unione sarà se saprà essere odorosa e maleodorante di vita reale.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario