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In attesa del G4 di domani

Unicredit: panico o disegno?

Prima Unicredit, poi Banca Intesa. Si è temuto per la crisi anche in Italia

di Enrico Cisnetto - 03 ottobre 2008

La crisi finanziaria arriva anche in Italia? Manteniamo la calma, facciamoci forti delle nostre specificità (anche se fossero figlie di condizioni di arretratezza), ma evitiamo di minimizzare. Quello che è successo a Unicredit e poteva (potrebbe) succedere a qualsiasi altra banca italiana, è un segnale doppiamente pericoloso, in sé e per le pulsioni irrazionali che può scatenare in uno scenario che vede il nostro capitalismo ai massimi storici della sua debolezza.

Per molto tempo si è detto che la crisi apertasi l’anno scorso in conseguenza del crack dei mutui subprime Usa non avrebbe toccato il sistema bancario europeo. In poche ore, abbiamo invece scoperto che due banche della portata di Fortis e Dexia hanno dovuto essere (di fatto) nazionalizzate. Naturalmente, a maggior ragione, si è detto e ripetuto fino alla noia che nessun istituto italiano sarebbe stato neppure lambito dall’onda lunga della crisi. Poi, però, ci siamo spaventati quando abbiamo visto Unicredit finire nella bufera, e soprattutto abbiamo cominciato a temere – fondatamente – di essere di fronte ad un attacco sistemico quando anche Banca Intesa ha dovuto essere sospesa per eccesso di ribasso.

Per fortuna in quel momento sono arrivati due segnali forti come il comunicato congiunto tra Bankitalia e Tesoro – importante non fosse altro perchè congiunto, visto che di questi tempi continuare nelle liti sarebbe delittuoso (un bravo a chi ha promosso l’iniziativa) – e la decisione della Consob di dare un’ulteriore stretta sulle vendite allo scoperto di titoli bancari e assicurativi, tardiva ma efficace. Così come, per buona sorte, non si è dato alcun seguito alla pericolosissima quanto strapalata idea, circolata nel governo ma fortunatamente subito stoppata dal premier, di chiudere la Borsa italiana a fronte dei crolli di lunedì e martedì.

Passi fatti e passi evitati, questi, che consentono all’Italia di partecipare domani al G4 straordinario voluto da Sarkozy (ma perchè ci facciamo sempre battere sul tempo?) con le carte meglio in regola. Ma che, tuttavia, non chiudono la questione. Rimane da capire se la perdita di quasi un quarto del suo valore in due sedute subita da Unicredit dovuta a rumors tanto gratuiti quanto spaventosi – che avrebbero messo in ginocchio qualunque altro istituto di riconosciuta solidità come lo è la prima banca italiana – sia da attribuire semplicemente al panico del mercato, generato dalle stesse voci incontrollate, oppure all’intento speculativo di trader che ci sanno fare, oppure ancora al disegno di qualche gruppo finanziario e/o bancario e/o assicurativo che ha messo gli occhi sulla banca guidata da Alessandro Profumo.

Perchè nei primi due casi, è come il raffreddore, prima o poi passa. Nel terzo caso, invece, si tratta di capire quali mani si possono essere allungate su Unicredit – ricordiamoci che oggi con undici miliardi e mezzo si rastrella il 29,9% del capitale, un anno fa per la stessa quota di miliardi ce ne volevano oltre 28 – e con quale finalità ultima. Naturalmente, in queste ore le indiscrezioni si sprecano. Ma una cosa è certa: l’Italia non può permettersi il lusso di perdere il controllo delle sue banche più importanti. Abbiamo appena finito di mettere una pezza ad Alitalia – pagando un prezzo pesantissimo all’ignavia bipartisan degli ultimi dieci anni – ma già è aperto il caso Telecom e presto rischia di tornare alla ribalta quello Fiat.

Sarebbe davvero un colpo esiziale se dovesse sfuggirci di mano una della banche snodo dell’intero sistema economico nazionale. Per questo, temo non solo i disegni altrui – legittimi, sia chiaro – ma anche le eventuali volpi sotto l’ascella nostrane. Sarà un caso, ma in queste ore mi è venuto in mente il 1992. E non solo per le assonanze (e le debite proporzioni) che Angelo De Mattia ha giustamente ricordato (Mf di ieri) tra l’odierno comunicato Bankitalia-Tesoro e la lettera dell’allora Governatore Ciampi con cui la banca centrale si rendeva garante verso banche e depositanti.

Mi è tornata alla memoria la diffusa tentazione – praticata in nome della furbizia ma trasformatasi come nel caso della volpe finita in pellicceria – che in quel periodo prendeva molti protagonisti della vita politica ed economica: quella di credere, magari fino al punto di favorirlo, che il coinvolgimento in Mani Pulite di un competitor avrebbe fatto la propria fortuna. Non è stato così, e non lo sarà neppure adesso se qualcuno pensa che l’attacco ad una banca o ad una compagnia di assicurazione altrui possa fare comodo. Se si apre un varco, saranno guai per tutti.

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