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Debito pubblico, il tallone d'Achille italiano

Una stretta necessaria

Archiviato il mito della leggenda del Belpaese fuori dalla crisi, in arrivo la manovra dei tagli

di Davide Giacalone - 26 maggio 2010

Nel mentre il governo presentava la manovra economica alle Regioni e ai sindacati, ancor prima che il Consiglio dei ministri l’approvasse, le Borse continuavano a scendere e l’euro a indebolirsi. Lo scenario è servito a dimostrare, qualora vi fossero dubbi, che i problemi non sono solo nostri. La speculazione, però, colpisce con forza dove ci sono squilibri, come quando le fiere s’avventano sul branco e sono i soggetti deboli a lasciarci la pelle.

Noi siamo resi vulnerabili dall’enormità del debito pubblico. Nulla di nuovo, ma, oramai, neanche rinviabile. La sensazione, a conclusione della giornata, può essere così riassunta: sono state prese misure rilevanti, incalzati dell’emergenza, osservati dai predatori, ma sono provvedimenti che avremmo dovuto prendere in ogni caso, che sarebbe stato meglio prendere prima, che è necessario inquadrare in una politica che guardi al futuro e non solo al contingente. Le parole di Gianni Letta, del resto, erano servite a chiarire che qui si gioca la credibilità del governo, non quella di un singolo ministro.

Dodici miliardi di tagli sono tanti, a valere sul 2011. Che diventano ancora più consistenti perché non temporanei, ma tendenzialmente strutturali, e che, quindi, assumono un valore superiore alla somma con gli altri dodici, programmati per il 2012. Alcuni provvedimenti, inoltre, non sono solo risparmi, ma autentiche liberazioni, come l’avvio della cancellazione delle province. Si comincia con le piccole e con la prossima legislatura, a quel che si apprende, ma si comincia, e non è poco. Guardando dentro la manovra, esaminandone i contenuti, se ne scorgono gli intenti permanenti, destinati a ridisegnare la mappa dei poteri. Ed è studiando questi passaggi che si capisce meglio quali saranno gli effetti politici, al di là delle formule di circostanza.

Per risparmiare in tema di sanità si spinge verso la centralizzazione degli acquisti e l’introduzione della tessera sanitaria. Anche queste sono cose di cui avevamo parlato, denunciando l’assurdo di un sistema (politicizzato e lottizzato) che paga prezzi diversi per le medesime cose. Ora, però, si deve essere capaci di offrire ai cittadini anche il lato buono di tale scelta, andando verso la digitalizzazione di diagnosi, terapie e prescrizioni, quindi lavorando a favore della cartella clinica personale, sempre disponibile in rete. Un enorme vantaggio per la salute e un risparmio per le casse pubbliche. Limitarsi alla seconda cosa sarebbe imperdonabile.

Altri tagli hanno un valore più esemplare che sostanziale. Fra questi quelli relativi ai costi della politica, che sono giusti, ma non rilevanti in quanto a cifre assolute. Se restiamo nel campo del “buon esempio” avrei un suggerimento: visto che la Rai è una società pubblica, una televisione statale, pagata con i soldi dei contribuenti, anche lì non guasterebbe un bel taglio alle retribuzioni, specie con riferimento ai tribuni catodici che, oramai, credono d’essere i padroni dello schermo, meritevoli di somme spropositate.

Accanto a questi interventi bandiera ci sono anche dichiarazioni d’impotenza, come l’innalzamento dal 74 all’80% per l’invalidità che dà diritto ad un sussidio. La cosa non è in sé giusta, perché il limite sale al solo scopo di erogare meno quattrini e nel (più che fondato) presupposto che molte di quelle invalidità siano fasulle. Ma se ci si mette nei panni di chi ha una vera invalidità, magari al 79%, le cose si vedono diversamente. Significativo, sul punto, che per la determinazione delle invalidità Giulio Tremonti abbia chiesto di tornare “ai criteri rigorosi del 1988”. Come a dire che la realtà non era poi quella descritta dalla leggenda.

Fra qualche giorno comincerà l’iter parlamentare, per sottoporre il decreto alla conversione. Saranno dolori. Sono cadute nel vuoto, fin qui, sia le parole del Presidente della Repubblica (chiedeva “misure eque e condivise”), sia quelle di Tremonti (che, riferendosi alla manovra, ha detto: “dobbiamo gestirla insieme”). Sul concetto di “equità” si può discutere all’infinito. Sta di fatto che molte di queste misure si sarebbero dovute adottare prima, perché giuste e necessarie. Ma pesano sia la divisione sindacale che quella politica.

La Cgil ha molto sofferto la condotta di Cisl e Uil, che avevano scelto il dialogo con il governo e goduto delle continue (forse troppo) scomuniche del sindacato rosso, e, del resto, lo stesso Guglielmo Epifani aveva ecceduto in assenze e gesti di rottura. Arrivati al momento del rigore, è forte la tentazione di lasciare una parte del sindacato con il cerino in mano. Non sarà nobile, ma neanche inspiegabile. In quanto alla politica, se l’opposizione avesse una piattaforma programmatica, se avesse fatto proposte concrete, se si fosse distinta per battaglie razionali, oggi potrebbe reclamare di vedere le proprie idee nella manovra economica, in modo da poterla condividere, nell’interesse nazionale. Invece s’è limitata ad essere antiberlusconiana, al punto che oggi sfugge quale possa essere la moneta di scambio.

Faccio due previsioni: a. le misure annunciate non saranno le ultime, proprio perché i mali da curare non sono né recenti né passeggeri; b. la gestione della crisi, quindi dei provvedimenti, acuirà la debolezza del preteso bipolarismo, rendendo complicata la raccolta del necessario consenso. Quel che non s’è voluto capire per saggezza, insomma, si dovrà capirlo per necessità.

Pubblicato da Libero

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