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Tornano alla ribalta i processi a Silvio Berlusconi

Una sinistra prigioniera

Caro Bersani è ora di rompere l’incantesimo ed iniziare una nuova partita

di Davide Giacalone - 13 gennaio 2010

Usa toni duri, il Partito Democratico, sul tema della giustizia. “Ci metteremo di traverso”, annuncia Pierluigi Bersani. Tanto per cambiare, quindi, i processi a Silvio Berlusconi tornano ad essere materia pochissimo giudiziaria e moltissimo politica. Risulta evidente a tutte le persone ragionevoli, presenti anche nella sinistra, che occorre non solo sfebbrare lo scontro, ma smetterla di credere che quei processi possano essere una soluzione, laddove, invece, sono il problema.

Lo ha capito Luciano Violante, che non perde occasione, nella sua nuova stagione, per ricordare che non sarà quella la via per battere il capo della maggioranza. Lo ha capito Enrico Morando, che, opportunamente, ha proposto di ripristinare l’immunità. Ma i toni, appunto, sono ancora troppo accesi. Se si guarda al di là delle apparenze, però, ci si accorge che proprio il Pd è fra i principali interessati a sgomberare il campo.

Il più forte partito della sinistra, difatti, è divenuto prigioniero del passato e dei propri alleati. Per chiudere una candidatura alla regione Lazio rischiano di pagare prezzi elevati in tutta Italia, e chiunque non sia nato ieri sa che candidare Emma Bonino significa consegnarsi per qualche settimana nelle mani di Marco Pannella. Inoltre, è già successo l’incredibile: mentre il Pd era fermo alla faccia feroce, mentre ancora recitava la litania dell’opposizione dura e pura, proprio sul delicatissimo terreno del sistema e della pressione fiscale si è visto scavalcare da Antonio Di Pietro, che si annunciava disponibile a votare la proposta del governo. I processi a Berlusconi, insomma, dovevano essere un mezzo per indebolire il processato e si stanno rivelando una pietra al collo dei suoi più forti oppositori.

Finché la partita giudiziaria resta aperta, sia Di Pietro che l’Associazione Nazionale Magistrati potranno permettersi di dettare la linea, naturalmente dell’intransigenza, al più rappresentativo gruppo dell’opposizione. Certo, le ragioni che fanno dubitare della saggezza del così detto “processo breve” sono molte, ma proprio per questo occorre sfuggire alla trappola e proporre una diversa via d’uscita, magari facendo riferimento agli spazi lasciati aperti dalla Corte Costituzionale. In caso contrario, essendosi dimostrato che non saranno i procedimenti penali a liberare il posto di comando, gli stessi rischiano di far morire d’emorragia chi dovrebbe occupare l’altra metà della scena politica.

Il “dialogo” è un inafferrabile concetto che potrebbe essere così declinato: smettiamola di fare a mazzate e proviamo a far quel che si può per dare all’Italia le riforme di cui (da troppo tempo) ha urgente bisogno. Il dialogo, quindi, è nell’interesse dell’opposizione politica, della sinistra che voglia candidarsi a governare, in futuro. Mentre, naturalmente, è contrario all’interesse di chi vive di rendita antiberlusconiana, continuando a lavorare ai fianchi i propri alleati.

Bersani è un professionista della politica, che ha in mano un partito non ben messo, ma pur sempre elettoralmente forte. Se non vuole dilapidare quel che ne resta, se non vuole consumarsi in una guerra che favorisce la più radicale destra oggi operante, ovvero quella giustizialista con cui si è alleato, ha tutto l’interesse a rompere l’incantesimo ed iniziare una nuova partita. L’occasione è data proprio in queste ore, che suggeriscono di non mettersi di traverso alla possibilità di far tornare la sinistra padrona di se stessa.

www.davidegiacalone.it

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