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Inutile sforare se non si arresta il declino

Una sfida fatta solo di chiacchiere

Il governo finge di infischiarsi delle sanzioni Ue sul deficit. Ma non ne ha il coraggio

di Enrico Cisnetto - 20 giugno 2005

Perché il governo italiano, mentre non perde occasione per polemizzare con Bruxelles – insultando gli euroburocrati, ridicolizzando le regole del patto di stabilità e persino vagheggiando il ritorno alla lira – poi non ha avuto il coraggio di infrangere, ancor più di quanto non abbia già fatto, il tetto del 3% nel rapporto deficit-pil, riducendo l’Irap senza alcuna copertura? Ammesso, e non concesso, che sia opportuno sfidare l’Europa, almeno lo si faccia sul serio. Invece, l’Italia riesce nel non invidiabile primato di avere pessimi rapporti sia con la Commissione europea che con tutte le cancellerie del continente, e nello stesso tempo di non riuscire a “mettere a frutto” le sue trasgressioni, tanto da essere l’unico paese con i conti fuori posto e in recessione. Mentre chi ha sforato, come Francia e Germania, ha utilizzato il deficit per spingere i consumi o l’export, e viaggia verso una crescita del 2%.

Non solo, mentre noi disprezziamo l’euro e discettiamo su come uscirne, non è per nulla remoto il rischio che, viceversa, sia la stessa Europa a cacciarci dal club della moneta unica. Provate a mettere in fila i seguenti fatti. In tempi non sospetti, quando ancora neppure una camicia verde aveva fiatato, Carlo Azeglio Ciampi sente il bisogno di sottolineare che l’euro non si tocca. Lì per lì sembrano sagge parole ma di circostanza. Poco dopo, però, arrivano alcuni micidiali articoli del Financial Times sulle nostre difficoltà e la copertina dell’Economist con l’Italia in stampelle. Ma, soprattutto, filtra la notizia di una riunione informale del governo tedesco dove si simula cosa accadrebbe se un Paese (l’Italia) con un differenziale di crescita insostenibile rispetto al nucleo duro di Eurolandia dovesse uscire dalla moneta unica. Fantapolitica? Può darsi. Ma ci si ricordi che dei Dodici dell’euro il pil italiano rappresenta il 16% del totale, mentre il debito made in Italy il 26% di quello complessivo. In queste condizioni è puro azzardo credere che basti definire immeritate le sanzioni della Commissione per renderle illegittime, o pensare che della campagna leghista, denigratoria della moneta che tutti gli europei hanno in tasca, non si accorga nessuno. Tanto più che l’Italia prima o poi dovrà risedersi al tavolo della definizione del bilancio comunitario 2007-2013, dopo che si è dovuta accontentare di un (penoso) rinvio, avendo fallito il tentativo di sottrarre risorse agli agricoltori francesi per avere più aiuti (che poi regolarmente non spende) al manifatturiero in difficoltà.

Insomma, ben venga la sfida a Bruxelles. Ma non a chiacchiere. E soprattutto, avendo in testa un progetto per rilanciare il Paese. Altrimenti farsi del male è cosa sicura.

Pubblicato sul Gazzettino del 19 giugno 2005

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