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L’indipendenza del Kosovo? Un pessimo affare

Una scelta dagli effetti destabilizzanti

Per lo sviluppo del Kosovo servono una strategia a lungo termine e programmi di integrazione

di Cesare Rolli - 19 febbraio 2008

L’indipendenza del Kosovo è un pessimo affare. Non perché i serbi e i loro alleati russi abbiano ragione di protestare: nella sistemazione del dopo Urss e del dopo Tito si giocano partite complesse, senza regole, spregiudicate e spesso sanguinose nelle quali ogni invocazione al diritto internazionale è assolutamente opinabile. No, il vero problema è che il Kosovo è un neonato malato, al quale sarebbe stato molto meglio applicare un aborto terapeutico prima ancora che il rafforzamento delle aspettative e delle speranze della maggioranza di etnia albanese rendesse inevitabile lo sbocco attuale.

Il Kosovo è un Paese senza economia. Non ha attrattive turistiche, non ha industrie (la sola centrale elettrica non riesce neppure a far fronte alle esigenze attuali, tanto che ristoranti e negozi Pristina possono lavorare soltanto grazie a costosi e rumorosi generatori), campa fondamentalmente su tre risorse, oltre a un po’ di agricoltura: le rimesse degli emigranti (che però sono in calo, perché chi emigra tende a portarsi via la famiglia e a tagliare i ponti con la madre patria), i soldi delle organizzazioni internazionali (che già adesso sono in diminuzione, perché la Ue che subentra all’Onu nella gestione del protettorato è di manica più stretta) e le varie forme di malavita organizzata, dai dvd taroccati (anche recentissimi in italiano) in libera vendita a meno di tre euro nei supermercati ai traffici di armi e droga: Kosovo, lo stato delle mafie, era il titolo di un recente quaderno di Limes.

Insomma, il Kosovo è il segno del fallimento dell’Onu e della Ue nella definizione di una politica credibile per i balcani. Non è un caso che a Pristina, il giorno dell’indipendenza, si sventolavano più bandiere rossa con l’aquila che nuovi vessilli kosovari, politically correct nel loro richiamo all’Unione europea. Nessuno si sente davvero nazionalista kosovaro, perché il sogno nascosto è di far parte di una grande Albania, come premessa per contare di più in Europa. Ma va anche detto che gli albanesi di Tirana, ormai seriamente impegnati sulla strada dello sviluppo economico, sono molto tiepidi verso l’idea di sobbarcarsi la palla al piede kosovara.

Che fare dunque? Difficile dirlo perché ormai la frittata è fatta. Con la sua tipica visione di breve periodo, il governo americano ha visto solo nel Kosovo indipendente un possibile bastione diislamismo moderato contro il diffondersi del fondamentalismo, senza preoccuparsi degli effetti destabilizzanti dell’indipendenza per l’intera area. E’ vero che gran parte dei kosovari sono islamici per modo di dire. Il canto del muezzin risuona dai minareti, ma nessuno si ferma a pregare ed anzi si racconta che i milioni di dollari pagati ai kosovari dai fondamentalisti sauditi per costruire scuole coraniche abbiano avuto ben altra destinazione. Però quello che non si vede, in questa parte d’Europa, è una strategia di lungo periodo, che del resto ben difficilmente può configurarsi finché l’Unione europea non avrà un suo stabile assetto.

C’è qualche speranza? Sì, c’è. Non dalla politica internazionale, che ha creato più problemi di quelli che ha risolto, ma perché il Kosovo è pieno di giovani splendidi, ansiosi di imparare, di crescere, di integrarsi in Europa. Mentre le grandi potenze fanno i loro pasticci, bisogna trovare il modo di intensificare i rapporti con questi giovani, sia che appartengano alla maggioranza albanese o alle minoranze serba e roma. Apriamo loro le porte dell’Unione con programmi di studio e di lavoro temporaneo e saranno loro, in prospettiva, a trovare una soluzione per la loro terra.

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