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Public Policy

Tasse e spesa pubblica: una faccia della stessa medaglia

Una saggia azione politica

Ci vuole una forte iniezione di spesa pubblica, accompagnata da un calo della pressione fiscale

di Davide Giacalone - 12 gennaio 2010

Tasse e spesa pubblica sono legate, costituendo la sostanza dello scontro politico e il banco di prova per la capacità di governo. Specie nella stagione in cui il reddito disponibile diminuisce, facendo calare i consumi. Tasse e spesa sono due facce della stessa medaglia, ma non basta abbassare la spesa per ridurre le tasse, né è vero che l’aumento del gettito consente allo Stato di offrire più numerosi ed apprezzati servizi pubblici. Se le cose stessero in modo così meccanico, basterebbe un buon contabile per amministrare la cosa pubblica. E taluno, digiuno di politica, di storia e d’economia, ci crede a tal punto da riproporre, a cicli ravvicinati, d’affidare il governo ai “tecnici”. Errore, perché sia dal lato delle entrate che da quello delle uscite non contano solo i saldi, ma il modo in cui li si compone, e non contano solo i numeri, ma la loro qualità.

La spesa pubblica, per intenderci, può essere fonte d’equità sociale, come di sviluppo. Spendere in deficit non fu, e non è, per quanto ancora possibile, un atto criminale, ma può essere un atto virtuoso, capace di generare sviluppo e, quindi, maggior gettito fiscale futuro. Come le aziende, insomma, che accendono debiti oggi per propiziare profitti di domani. Il guaio, grosso, si crea quando la spesa non finanzia investimenti, ma alimenta se stessa, ingigantendo una macchina burocratica che diventa, anche, assistenziale.

Il guaio nasce quando, con i soldi delle banche, l’imprenditore paga lo stipendio all’amante e finanzia la squadra del cuore. La nostra spesa pubblica è in grandissima parte corrente e largamente incomprimibile. Quando scrivo che va tagliata intendo sostenere che non si riforma il fisco se non si mette mano alla struttura della spesa, senza, con questo, in nulla disconoscere il ruolo positivo che la spesa statale può svolgere.

Esempio pratico: in Calabria (ma non solo qui) si trovano carovane d’irregolari, messi, in condizioni inaccettabili, al servizio dell’agricoltura; ma, negli stessi posti, ci sono famiglie di pretesi agricoltori, che ricevono sussidi senza mai mettere piede nei campi (e, probabilmente, svolgendo altri lavori in nero). Questa è spesa pubblica non solo improduttiva, ma corruttiva. Va tagliata. Non per fare dispetto ai teorici dello Stato sociale, ma per evitare che si diffonda quello delinquenziale.

Come c’è qualità diversa nella spesa, ce n’é nelle tasse. Leggo che, secondo Guglielmo Epifani, ridurre a due le aliquote fiscali, ponendo la massima al 33%, sarebbe un regalo ai ricchi. Si calmi, e ragioni: al massimo, si tratta di un premio a pochissimi onesti, perché negli scaglioni alti del reddito scarseggiano i contribuenti. Gli altri fanno marameo ed evadono, sicché non gli si regala nulla, perché già sottraggono tutto.

Il sindacato, semmai, ove voglia essere progressista e riformatore, dovrebbe sottolineare che laddove i redditi non possono sfuggire al fisco, perché da lavoro dipendente, si collocano ai livelli bassi d’Europa, mentre il tenore di vita non mi pare sia inferiore alla media europea. L’attuale modello, quindi, che si è assestato su alte aliquote e alta evasione, premia, questo sì, i ricchi disonesti. Piace così, salvo reiterare le inutili lamentazioni sull’evasione?

Guardiamo i conti 2008. Il gettito dato dall’Irpef, quindi dai redditi delle persone, è pari a 163,4 miliardi di euro. Se prendiamo le tasse sui consumi, sommando Iva ed accise, arriviamo a 155,5. Due grandezze che si equivalgono. L’Ires, imposta sugli utili delle imprese, fornisce 47,7 miliardi, e l’Irap, la deprecata imposta regionale su imprese e professionisti, 38,2. Tirando le somme, i conti pubblici sono pagati dalle tasse personali e da quelle sui consumi.

Le prime, dovrebbero diminuire, e le seconde, se aumentate per compensare, rischiano di soffocare la voglia di spendere. A conferma di ciò l’Istat ci fa sapere che mentre, da ottobre 2008 a settembre 2009, il potere d’acquisto scende (-1,6 o -1%, a seconda che si calcoli il reddito reale o quello nominale), portando giù anche i consumi (-1,5), la propensione al risparmio sale. Di un pizzico (+0,4), ma segnala che basta poco per contrarre i consumi, più del reddito. Immaginate quel che potrebbe capitare se li si tassasse maggiormente.

A noi servirebbe una forte iniezione di spesa pubblica, diretta agli investimenti ed all’innovazione, accompagnata da un calo della pressione fiscale, che restituisca libertà di scelta ai produttori di reddito. Siccome questo è l’incipit del libro dei sogni, dobbiamo lavorare, anche a parità di spesa e di gettito, a depurare la prima e rendere meno iniquo il secondo. Come alle riforme che liberino il mercato e lo rendano più sicuro, sia dal lato del capitale che da quello del lavoro. Sarebbe, in fin dei conti, la gran differenza che passa fra la saggia azione politica e la propaganda un tanto al chilo.

Pubblicato da Libero

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