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Public Policy

Dibattito sulla federazione socialisti-radicali

Una Rosa con troppe spine

L’ex ministro Fabbri crede nel nuovo progetto. Cisnetto manifesta i suoi dubbi

di Fabio Fabbri* con la risposta di Cisnetto - 14 dicembre 2005

Malgrado le numerose esternazioni ottimistiche, pare assai improbabile che possa nascere in Italia, almeno nei prossimi anni, il Partito Democratico, quello che dovrebbe reggersi sulla diarchia dei novelli dioscuri, Francesco Rutelli e Walter Veltroni. I partiti non si inventano a tavolino, neppure dopo le primarie con vincitore prescelto, o costruendo un album postumo di ipotizzabili antenati. La lista dell’Ulivo che verrà presentata per l’elezione della Camera dei Deputati è solo un’associazione temporanea d’impresa, in cui i post-comunisti restano tali, mentre la Margherita ha subito, come rileva Enrico Boselli, una mutazione genetica. E’ diventata un partito dove dominano i cattolici integralisti. Mi trovo dunque a mio agio nella federazione della “Rosa nel pugno”, che spero si presenterà al voto con il massimo di autonomia, partecipe del patto elettorale del centro-sinistra, ma fuori dalla cosiddetta “Unione”. Condivido anche i punti programmatici concordati fra Sdi e Radicali, in difesa dei diritti civili, anche nel campo della bioetica, e della laicità dello Stato. La Chiesa parli alle coscienze, come faceva il Papa polacco, nell’ambito della sua missione pastorale, e non alla politica, con la pretesa di interferire nell’attività legislativa del Parlamento e nell’attuazione delle leggi, come fa oggi il Cardinal Ruini.

Ciò posto, farebbero un errore i condottieri del nuovo soggetto radical-socialista se mettessero in secondo piano, nella loro battaglia politica, la difesa dei diritti sociali e l’esigenza di rinascita della nostra economia. In questa Italia delle anomalie, in cui gli ex comunisti non hanno voluto o saputo diventare socialdemocratici, mentre gli ex democristiani gridano la loro pregiudiziale anti-socialista, tocca alla “Rosa nel pugno” rappresentare la continuità socialista. Del resto, è segno di becero provincialismo il teorema secondo il quale i partiti socialisti e socialdemocratici d’Europa, che pure sono gli artefici di una civilizzazione ineguagliata nel resto del mondo, sarebbero orma sterili reperti archeologici.

Certo, le liberalizzazioni dei servizi sono necessarie per garantire il funzionamento delle regole del mercato nell’interesse dei cittadini-consumatori. Ma sono del pari indispensabili politiche pubbliche volte a promuovere, con finalità di perequazione sociale, pari opportunità di vita e di possibilità di autorealizzarsi per un numero sempre più elevato di cittadini. L’ircocervo liberal-socialista deve rendere operante l’alleanza fra meriti e bisogni, favorendo l’ammodernamento dello “stato sociale”, contro ogni tentativo di smantellamento in nome del mercato. Sì, perché, come ammoniva Norberto Bobbio, il mercato mercifica e lo Stato è un’officina affollata per riparare i guasti che il mercato provoca sulla società e sull’ambiente.

Servono idee chiare e distinte, che non si vedono ancora in circolazione, per dare alla nostra economia in ginocchio quella “scossa” che il Presidente Ciampi invoca da gran tempo. La priorità delle priorità resta il rafforzamento della scuola pubblica, compresa quella universitaria, fucina delle élite da cui dipende il futuro del Paese. Senza miglioramento qualitativo degli studi non vi può essere alcun valido programma nel campo della ricerca, dell’innovazione e all’internazionalizzazione, né potenziamento dei settori ad alta tecnologia, oggi gravemente investiti dalla crisi. Sappiamo che il nanismo affligge la maggior parte delle nostre industrie, escludendole dai mercati esteri, ma mancano progetti capaci di favorire il passaggio alla media dimensione. E’ preoccupante che finora, anche nel centro-sinistra, non siano state formulate valide proposte di riforma del sistema finanziario, oggi sempre più parsimonioso e costoso proprio nei confronti delle imprese medie e minori. Sorprende poi il silenzio del centro-sinistra sull’idea lanciata da Paolo Sylos Labini, che giustamente vede nel rilancio dei distretti industriali la via maestra per il ritorno dello sviluppo. E’ di qui che deve prendere le mosse una politica di stretta cooperazione fra Stato e Regioni.

Non v’è dubbio che le responsabilità prevalenti del declino del Paese sono ascrivibili al Governo centrale. Ma se pensiamo alla quantità di risorse amministrate dalle Regioni, alla somma crescente di funzioni ad esse attribuite e agli sprechi recentemente denunciati, dobbiamo concludere che anche i due maggiori partiti del centro-sinistra, che governano la maggior parte delle regioni, non possono “chiamarsi fuori”. L’Italia oggi è priva di una politica nazionale del turismo, che non può essere surrogata dallo “spezzatino” dei programmi delle singole regioni. E la stessa qualità mediocre della classe dirigente che governa le Regioni è un problema politico da affrontare: appena finita la sbornia del federalismo demagogico e dannosamente conflittuale.

Fabio Fabbri*

*ex Senatore ed ex Ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie


Pubblichiamo di seguito la replica di Enrico Cisnetto, direttore di Terza Repubblica


Caro Fabbri,

la tua interessante analisi sull’ircocervo liberal-socialista – come chiami tu l’alleanza tra Sdi e Radicali – mi dà l’occasione per dire alcune cose su questa iniziativa, sulle sue caratteristiche e relative possibilità di successo. Da laico, posso dire che una ritrovata attenzione alla problematica dei diritti civili e la rivendicazione della laicità dello Stato non possono che farmi piacere. Ma con altrettanta franchezza su questo punto ho almeno tre osservazioni da fare. La prima: si tratta di temi importanti, ma non decisivi. Non si costruisce un’alleanza politica e soprattutto programmatica solo su queste questioni: chi lo fa, o sacrifica qualcosa pur di fare un accordo o non capisce la portata del declino e della crisi del sistema politico; nell’uno come nell’altro caso rimango quantomeno perplesso. La seconda osservazione: non c’è solo la (presunta) arroganza del cardinal Ruini dietro questo rigurgito di religiosità, bisogna che i laici sappiano interpretare i fenomeni e non semplicemente si oppongano ad essi (spesso con altrettanta arroganza). La terza: il vero tema su cui esercitarsi è l’alleanza tra laici e cattolici, o meglio il superamento dei vecchi steccati in nome delle primarie (e decisive) esigenze del Paese. La proposta di Società Aperta è sempre stata quella di mettere le grandi scelte di ordine civile fuori dagli accordi di governo o anche solo di coalizione, lasciando che ciascun parlamentare ed esponente politico agisca secondo coscienza nei momenti in cui si deve legiferare (o meno) intorno ad esse.

Da questa impostazione – che non deriva dalla sottovalutazione delle tematiche etiche e civili, ma dalla volontà di sottrarle ad una contrapposizione ideologica e soprattutto dall’idea che ci siano questioni più importanti per le sorti dell’Italia – discende una certa diffidenza nel confronti della Rosa nel pugno. Che cresce – e di molto – per via di due altre osservazioni politiche. La prima la mette in evidenza lo stesso senatore Fabbri, quando fa riferimento alla mancanza di analisi e di proposte relative al modello economico, al sistema capitalistico e al welfare: qui si va dal vuoto pneumatico dello Sdi all’impostazione liberista – in senso ideologico e scolastico – dei Radicali, che non hanno trovato di meglio che riferirsi a quattro banalità scritte sul Corriere della Sera da Francesco Giavazzi. Tra l’altro, li hai forse sentiti dire qualcosa sui danni provocati dal federalismo (non solo quello realizzato, che fa schifo, ma in genere da un concetto di decentramento che fa a pugni con le logiche che in tutto il mondo la globalizzazione impone)? Con questo impianto culturale, prima ancora che politico, caro Fabbri, i tuoi ex compagni socialisti e con loro gli amici Radicali – verso i quali nutro peraltro stima e amicizia – non vanno da nessuna parte. La cosa è poi aggravata – ed è la seconda osservazione – dalla posizione filo-prodiana che da sempre Boselli ha assunto, e che di fatto mantiene (alla faccia dei Radicali) anche per il dopo 9 aprile.

La dimostrazione di quanto ho appena osservato sta nel fatto che la Rosa nel pugno – lungi dall’aver fatto una minima critica al nostro bipolarismo sgangherato – si presenta alle elezioni con il centro-sinistra anziché da solo, dando tra l’altro la sensazione di non credere che quell’offerta politica possa superare la soglia del 4% (dando per scontata la nuova legge elettorale). Non è un po’ troppo, caro Fabbri e cari amici liberal-radical-socialisti, per farsi delle illusioni?

Enrico Cisnetto

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario