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I segnali della Federal Reserve

Una ripresa economica a “due tempi”

Mentre lo scenario europeo rischia di complicarsi, la Bce pensa solo al “dopo Trichet”,

di Enrico Cisnetto - 22 febbraio 2010

A giudicare dalla reazione dei mercati – che hanno continuano a spingere al rialzo come prima dollaro, Wall Street, oro e petrolio – si potrebbe prendere per buona la definizione di “scelta tecnica” che minimizzando la stessa Federal Reserve ha dato della sua decisione di alzare il costo del denaro di un quarto di punto. Ma così non è. Vuoi per i tempi e le modalità della delibera, definite “sorprendenti” un po’ da tutti, vuoi per il significato anche simbolico che essa riveste, il quale va ben al di là della portata materiale dei 25 punti basi che portano il tasso di sconto allo 0,75% (considerato che quello dei Federal Funds, ben più importante, è rimasto fermo allo 0,25%). La verità è che la mossa di Ben Bernanke ha due significati ben precisi.

Primo: è un salutare messaggio alle banche, e più in generale a chi specula sulla liquidità facile senza investirla nella ripresa economica e produrre posti di lavoro. Secondo: sancisce, al di là dei numeri della congiuntura, che l’uscita dalla crisi ha tempi diversi per gli Stati Uniti (e l’Asia) e per l’Europa. Vediamo il primo punto. Nel pieno della tempesta finanziaria la Fed (e solo in misura minore le altre banche centrali) ha azzerato il costo del denaro per evitare i crack bancari e per aiutare e imprese consumatori (per lo più indebitati e crescentemente disoccupati) a fronteggiare la recessione.

Questo ha creato un’enorme liquidità che ora, esaurito il suo compito di argine, ha creato e può creare danno. Quello già in essere è rappresentato dalla speculazione che l’uso finanziario, e non a favore dell’economia reale, della liquidità ha alimentato: non si spiegherebbero altrimenti le perfomance delle Borse e le quotazioni da massimi storici dell’oro e di altri beni rifugio. Il danno che potrebbe creare è quello di una fiammata inflazionistica, che è da mettere in preventivo non appena la ripresa si consolidi un poco.

Ecco perché va valutato positivamente il piccolo grande segnale che la Fed ha voluto dare: non rappresenta una misura così forte da gelare la ripresa, ma nello stesso tempo è tale da far capire l’antifona a chi deve intendere. Anche se sono in molti sui mercati a credere che siano propri gli Stati sovrani, e gli Usa in primis, ad essere interessati ad una fase inflazionistica, essendo carichi di debiti.

Quanto invece ai “due tempi” della ripresa, basterebbe dare un’occhiata ai consuntivi 2009 dei vari paesi, o meglio delle macro-aree geo-economiche del mondo, per vedere come la recessione non sia stata uguale per tutti: l’Asia è cresciuta a ritmi dell’8-9%, il pil Usa ha perso due punti e mezzo, non i quattro dell’Europa, con punte del 5% per Germania e Italia. Inoltre, la crisi greca è diventata crisi dell’euro fino a far paventare un disastroso effetto domino tra i paesi più indebitati e meno solidi dell’eurozona, e questo aiuta il dollaro a risollevarsi – cosa utile, in questa fase, all’economia americana – senza che serva la politica monetaria. Ma se questa torna a pagare il denaro, e domani i suoi bond, qualcosa di più dello zero degli ultimi mesi, al biglietto verde che deve tornare a guardare al traguardo della parità con l’euro, non può che far bene.

E la Bce? Per ora sembra più impegnata nel “dopo Trichet”, invece di ragionare su uno scenario che, tra crisi strutturale dell’euro e velocità diverse e strategie diverse di uscita dalla crisi, rischia di complicarsi maledettamente.

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