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Sulla giustizia il Pd parte con il piede sbagliato

Una riforma necessaria

Non possiamo perdere l’occasione di porre rimedio alla malagiustizia

di Davide Giacalone - 25 novembre 2009

La riforma della giustizia non è solo possibile, è necessaria. Non riguarda la posizione di uno, ma di tutti. Il Partito Democratico dice di volere un confronto aperto, ma parte con il piede sbagliato se chiede che non si parli delle proposte presentate dalla maggioranza. Le avversi, se crede, ma non ha senso ritenerle non discutibili. Il Presidente della Camera, del resto, ha ragione quando dice che una cosa è la riforma del sistema, altra il tema dell’immunità, perseguita in via diretta e trasparente, come sarebbe giusto.

Mentre è parte del tema giustizia quello delle norme processuali che servono a tamponare un problema immediato, ma rischiano di aprirne di non meno complessi. Se ci fosse l’immunità, si potrebbe saltare questo capitolo. Quello determinante, però, è il fattore tempo: Se si comincia subito a discuterne, in Parlamento, e non ci sono rallentamenti artificiosi, vuol dire che il clima è adatto ad andare avanti. Altrimenti si vede subito, e ciascuno trarrà le conclusioni che crede. Traumatiche, suppongo.

Adesso dicono che si devono abbassare i toni. Che è un po’ come quello che prima ti pesta e poi ti dice: ora basta, ragioniamo da gente civile. Mettiamola così: la giustizia italiana, la peggiore d’Europa, meriterebbe un ragionare freddo ed un riformare bollente, la disponibilità al dialogo, ma l’indisponibilità a lasciare che le cose si trascinino senza cambiamenti profondi. Dubito che noi si viva la stagione adatta, e temo che il continuo inseguimento di problemi particolari induca legislatori e governanti a concedere troppo su terreni sbagliati.

Ne è conferma lo sciocco ripetere che ci vogliono più soldi, quando, in realtà, spendiamo già (male) quanto e più degli altri europei, come anche il cedimento corporativo nel proteggere le toghe, dei magistrati e degli avvocati, anziché lavorare per un migliore servizio al cittadino. Eppure si potrebbe fare molto, ottenendo risultati importanti, cambiando poco. Se solo si ragionasse di cose concrete.

Siamo il Paese più condannato, in Europa, per la lunghezza dei nostri processi, ma ne parliamo come se accorciarli fosse un piacere fatto ad una sola persona: Berlusconi. Christos Pourgourides, relatore sul rispetto delle decisioni della Corte di Strasburgo e membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d"Europa (Apce), è venuto in Italia a notificarci che non siamo neanche capaci di dare esecuzione alle sentenze che ci condannano. Una cosa vergognosa.

Ed ha aggiunto: “L"Italia deve assolutamente porre rimedio ai tempi lunghi dei suoi processi. Tutti interminabili dal civile, al penale all"amministrativo. Una giustizia così lunga è una giustizia negata”. Ma non si è fermato lì: “È benvenuto qualunque disegno di legge che serva a tagliare i tempi dei procedimenti, (ma) se invece l"effetto sarà di lasciare impuniti dei reati, l"Europa non può guardare alla proposta con favore”. Non solo credo abbia ragione, ma mi sembra anche ovvio.

Come si fa? Non è così difficile, perché le nostre leggi non solo non prevedono processi lunghi, ma, anzi, ne stabiliscono tassativamente i tempi. Basterebbe che ciascuno fosse tenuto a rispettarle. Basterebbe una piccola riforma, rivoluzionaria: i termini sono tutti tassativi, chi li infrange paga. La Corte dei Conti ha condannato un giudice che ha depositato la sentenza sette anni dopo l’ultima udienza. La pena, però, è sì e no un buffetto. I codici di procedura stabiliscono tempi stretti, eppure le motivazioni arrivano spessissimo con ritardi intollerabili. Stabiliamo che chi si comporta in questo modo va accompagnato alla porta, e vedrete che i bradipi si daranno una mossa.

Le indagini preliminari dovrebbero durare sei mesi, ma siccome si possono prorogare per tre volte, va a finire che durano quasi sempre due anni. Basta, i giudici dell’indagine preliminare la finiscano di fare i passacarte e prendano le loro responsabilità. È per questo che sono pagati. Spesso le udienze vengono rinviate, con micidiali perdite di tempo, perché il pubblico ministero s’è dimenticato di fare una notifica, o perché la stessa era irregolare o mai recapitata. Si stabilisca che esiste un limite all’errore, oltre il quale si cambia mestiere, e si cambi la norma sulle notifiche, permettendo, il più possibile, l’uso dei sistemi elettronici, come la posta certificata. Già solo con questo si risparmiano anni.

L’unica cosa che merita tutto il tempo necessario è il dibattimento. Perché, accidenti, dove si discute della sorte di una persona (sia penale che civile) non si può mica andare al ritmo di Ridolini. Ma l’esperienza dimostra che i tempi lunghi sono quelli morti. Non quelli del processo, ma quelli senza processo. Due anni, insomma, come prevede la proposta del “processo breve” sono fin troppi, tant’è che a me pare sia un processo lungo. Ma se impongo due anni dal momento della richiesta di rinvio a giudizio vi comprendo anche i tempi in cui non è in corso alcun processo, ma solo lo si attende. E così si finisce nella trappola segnalata da Pourgourides, perché risolvo la questione rinunciando al giudizio. Con gran scorno dell’innocente e gran gioia del colpevole.

Di queste cose si dovrebbe parlare, come di molte altre. Invece parliamo sempre di una sola: i processi a Berlusconi. Rispetto ai quali, essendo evidente la duplice patologia di una giustizia che gli vorrebbe far passare la vita in aula, e di un governante che vorrebbe non metterci piede, occorre prendere atto che, dopo quindici anni di gravissima malattia non curata, sono in netto contrasto due principi egualmente e costituzionalmente tutelati: quello della sovranità popolare e quello dell’eguaglianza davanti alla legge. Cercare di far vincere l’uno o l’altro significa scassare la Costituzione, non difenderla. Lì, dunque, non resta che sospendere tutto. Ce ne sono di strumenti tecnici e politici, ne ho già scritto.

Incaponirsi su quel punto, invece, serve solo a scatenare la guerra istituzionale, imponendo la rinuncia a qualsiasi tentativo di riforme utili per tutti. Perdendo sempre l’occasione di porre rimedio alla malagiustizia. Dopo di che, hai voglia dire che si devono abbassare i toni!

Pubblicato da Libero

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