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Il ministro Bersani e le pensioni differite

Una riforma di cui c’è solo la traccia

La questione dell’ammodernamento del sistema previdenziale sta prendendo una brutta piega

di Enrico Cisnetto - 06 settembre 2006

Dalla riforma differita del centro-destra al differimento della riforma del centro-sinistra. Sta prendendo nuovamente una brutta piega l’annosa questione dell’ammodernamento del nostro vetusto sistema previdenziale, argomento-tabù che rende traballanti le maggioranze e qualche volta fa cadere i governi. Berlusconi aveva trovato l’escamotage di una riforma seria ma a partire dal 2008, generando tra l’altro il famoso “scalone” (il passaggio da 57 a 60 anni per la pensione d’anzianità a fronte di 35 anni di contributi), mentre la strada giusta sarebbe stata quella di iniziarne gradualmente ma subito l’applicazione, magari per concluderla nel 2008. Prodi ha preannunciato che avrebbe fatto la riforma della riforma, spalmando la soglia unica del primo gennaio 2008 su più tempo ma alzando ancora l’età pensionabile con un meccanismo di incentivi e disincentivi. Ma ora, quando già la Finanziaria deve subire pesanti ridimensionamenti – ieri il ministro Pecoraro Scanio ha chiesto l’ulteriore riduzione a 25 miliardi – ecco che il ministro Damiano è costretto a rimangiarsi i propositi riformisti dell’estate e il suo collega Bersani, pur dicendosi contento se in Finanziaria ci fosse anche solo “qualche traccia” di riforma della previdenza, è subito oggetto dei veti della sinistra radicale. Eppure Rifondazione dovrebbe essere contenta: sembra che l’intervento allo studio del Governo riguardi l’aumento delle aliquote dei lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e co.co.co.) – che hanno già oggi un attivo di gestione pari a 5,8 miliardi di euro – con l’obiettivo di fare cassa e disincentivare l’utilizzo di questo tipo di contratti. Senza ovviamente che questo cambi la situazione per una spesa che aumenterà di 3,8 miliardi nel 2006. Anche perché, se si volesse soltanto migliorare la situazione di giovani che, quando nel 2050 lasceranno il lavoro, si troveranno con solo il 51,6% dello stipendio, si potrebbe aumentare l’aliquota di accredito senza accrescere i contributi, come è stato fatto in passato per altre categorie (gli autonomi). Ma neppure questa parzialità – a questo punto viene da dire per fortuna – piace alla sinistra massimalista. Meglio rimandare, tenere la questione fuori dalla Finanziaria, e poi si vedrà.
Tutto questo mentre abbiamo la previdenza peggio messa d’Europa: siamo ultimi nella percentuale di 50enni al lavoro (sotto il 30%), abbiamo una spesa per le pensioni pari al 14,2% (compresi ammortizzatori sociali e assistenza varia arriviamo al 24-25%) del pil, contro una media Ue del 10,6%, e negli anni la situazione, anche con le riforme già attuate, continuerà a peggiorare. E mentre in Europa, mano a mano che ci si sposta dalla linea del rigore di Padoa-Schioppa, riecchieggiano i soliti moniti (“più coraggio e niente diluizioni”, è quello dell’Ocse, che pure ci accredita di una crescita dell’1,8% cui Confindustria non crede parlando di 1,5%) se non addirittura torna ad agitarsi lo spettro di una nostra uscita dall’euro (vedi il Financial Times di lunedì), anche perché Eurolandia è in grande ripresa (si stima un +2,7% quest’anno) e non vuole pesi morti.
E allora, non sarebbe il caso di cominciare a infrangere i tabù, a cominciare proprio dalla previdenza? La Dini prevedeva che ogni dieci anni ci fosse la riparametrazione delle pensioni rispetto all’allungamento della vita media: bene, il Governo la applichi alla lettera, come è giusto che sia, insieme a una seria politica di incentivi e disincentivi che renda conveniente rimanere al lavoro, lasciando piena libertà anche di proseguire ben oltre i 60 anni. Senza dimenticare di far finalmente decollare i fondi pensione – guarda caso un’altra riforma differita – anche nell’interesse dei co.co.pro. L’opposizione, dal canto suo, eviti forme di terrorismo mediatico incitando gli italiani alla “corsa alla pensione”, come ha fatto di recente l’ex ministro Tremonti. In nome del principio, finora misconosciuto, che un piccolo sacrificio oggi per tutti è il viatico per il benessere futuro di ognuno.

Pubblicato sul Messaggero del 6 settembre 2006

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