ultimora
Public Policy

Pro Tav: Confindustria e sindacato in piazza

Una provocazione costruttiva

Cortina: il partito del sì per le infrastrutture esce allo scoperto per la prima volta

di Enrico Cisnetto - 06 agosto 2006

E’ successo tutto martedì 1 agosto. Proprio mentre a Torino la “conferenza dei servizi” decideva, governo d’accordo, di mettere il treno ad alta velocità sul binario lento, per non dire morto, della procedura ordinaria, cioè fuori dalla “legge obiettivo”, a Cortina d’Ampezzo, in un dibattito nell’ambito della rassegna “Cortina In-con-tra”, il numero due della Cisl Pier Paolo Baretta e il presidente degli industriali torinesi, Alberto Tazzetti, concordavano sull’idea che sindacato e Confindustria dovrebbero - e potrebbero - scendere insieme in piazza per manifestare a favore delle grandi opere, Tav in testa. Ovviamente era d’accordo anche il presidente di Autostrade, Gian Maria Gros-Pietro, ma non ha mancato di incitare le parti sociali ad un simile atto di coraggio Franco Miracco, a nome del presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan. Posso assicurare, per aver vissuto in prima persona la cosa, che non si è trattato di un colpo di sole estivo (pioveva) né di un tentativo di speculazione politica nei confronti della maggioranza di governo, visto che tanto Baretta quanto Tazzetti non sono certo sospettati di simpatie berlusconiane.
Dunque prendiamo la proposta come una provocazione sì, ma anche come una iniziativa che si può provare a realizzare. Nel caso, uscirebbe per la prima volta allo scoperto quel “partito del sì” - che Baretta ha saggiamente ribattezzato “partito del come” - che alberga nel sindacato, almeno in Cisl e Uil ma probabilmente anche nella componente diessina della Cgil. E sarebbe altrettanto la prima volta che la Confindustria decide non solo di aderire, ma di promuovere essa stessa una pubblica manifestazione per richiamare l’esigenza di imprimere una svolta alla politica, finora solo degli annunci, relativa alle infrastrutture.
Mentre l’Italia investe solo l’1,5% del suo pil nell’infrastrutturazione, la Francia è al 2,3%, la Germania al 2,7% e la Spagna al 3,7%. Gli iberici ci concedono ancora il penultimo posto nella classifica europea della dotazione di infrastrutture, ma vista la loro velocità di crescita nel giro di poco saremo ultimi. Si tratta di un gap che ci costa tre volte: primo perché gli altri ci superano; secondo perché questa insufficienza si misura in pesanti punti di pil mancanti; terzo, perché questa fase è la fase storica della trasformazione del nostro capitalismo, e la mancanza di infrastrutture - materiali e immateriali - ritarda questo processo, favorendo la nostra progressiva marginalizzazione nell’economia globale. A questo naturalmente vanno aggiunti i disagi per i cittadini, ma è evidente che non si tratta solo di questo. La nostra insufficienza infrastrutturale è, insieme con la mancanza di una politica energetica, il fattore principale del mancato sviluppo dell’economia made in Italy. Magari le code ai caselli per mancanza di autostrade equivalessero soltanto ad automobilisti incazzati, le code sono soldi sprecati e soldi mancati. Ci siamo forse dimenticati che negli anni Cinquanta, quelli del boom economico e della felicità (quella sì, presidente Prodi), era passata nella società civile come nel ceto politico l’equazione “strade = sviluppo economico” e che grazie a quel concetto l’Italia è diventata la settima potenza economica del mondo? Certo, oggi le questioni sono diverse: servono anche le autostrade telematiche, oltre a quelle viarie, servono gli impianti per produrre energia a più costo possbile, bisogna integrare i sistema di trasporto. E occorre costruire - ecco il “partito del come” - sapendo che la valorizzazione turistica del nostro sistema ambientale, paesaggistico e storico-architettonico dovrà essere uno degli assi su cui costruire il modello di sviluppo prossimo venturo. Ma non c’è dubbio che il Paese sia vetusto, male organizzato, fermo, preda di un localismo claustrofobico. Abbiamo, dunque, davanti a noi un grande obiettivo di modernizzazione complessiva del Paese. E sapere che c’è un ministro, Di Pietro, che dice i “soldi non ci sono”, e un sistema che derubrica la Torino-Lione da opera prioritaria, certo non incoraggia. Ma immaginare che a settembre sindacato e Confindustria scendano in piazza contro il “partito del no” conforta. Bonanni, Angeletti, Epifani e Montezemolo non ci deludano.

Pubblicato sul Foglio del 4 agosto 2006

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario