ultimora
Public Policy

Il Medio Oriente destabilizza l’Europa

Una politica estera tortuosa

La vera debolezza strategica italiana riguarda la sua dipendenza energetica

di Cesare Greco - 06 agosto 2006

La crisi mediorientale sta mettendo a nudo, ancora una volta, la mancanza di strategia dell’Europa e, per ciò che riguarda il nostro Paese, l’impossibilità di delineare una politica estera da parte del nuovo governo. In questo momento, il confronto appare nuovamente circoscritto a statunitensi e russi e con sullo sfondo una Cina in fortissima espansione. Con i primi apparentemente segnati dalla strategia Bush, che ne sta ingessando le capacità di manovra diplomatica, i secondi abili nello sfruttare l’enorme ricchezza rappresentata da petrolio e gas naturale per riposizionarsi al centro dello scacchiere internazionale, non più come una superpotenza ideologicamente contrapposta al campo occidentale, ma come concorrente di grande peso all’interno dell’economia di mercato. Se pure ha perso il suo impero politico-militare, la Russia ha guadagnato in flessibilità e possibilità di manovra all’interno di quello che, per tutto il novecento, è stato il campo avverso, ponendosi come temibile concorrente degli Stati Uniti proprio nei rapporti politici ed economici con un’Europa sempre più incapace di ricoprire quel ruolo internazionale che la fine della guerra fredda, l’allargamento ai paesi dell’est e l’adozione della moneta unica parevano serbarle. L’Europa in sostanza non è riuscita a caratterizzarsi come soggetto politico, prigioniera delle residue velleità di supremazia nazionale, soprattutto di Parigi e Berlino. All’interno di questa Europa, l’Italia si mostra incapace di assumere decisioni di qualsiasi natura, bloccata da un sistema politico che ne paralizza l’azione, qualsiasi sia il colore del governo in carica.
Il problema per l’Europa e per l’Italia è che gli avvenimenti nello scacchiere mediorientale vanno assumendo un’accelerazione tale per cui la mancanza di iniziativa del Vecchio Continente nel suo complesso, più che dei singoli Stati che ne fanno parte, rischia di rappresentare un ulteriore fattore di destabilizzazione verso un’escalation militare di cui finiremo per pagare le conseguenze, quanto meno sul piano economico. Per il nostro Paese in particolare, non è pensabile di poter elaborare una qualsiasi politica estera se per le più elementari esigenze energetiche si è totalmente dipendenti da paesi spesso coinvolti nelle più gravi crisi di questo scorcio di secolo. Così come non era a suo tempo concepibile imbarcarsi in una guerra con otto milioni di baionette e poco altro, senza precipitare nella catastrofe, non è concepibile oggi un ruolo sullo scacchiere internazionale senza centrali nucleari che assicurino una minima autonomia energetica e senza una ricerca avanzata nel campo delle alternative a petrolio e gas naturale. E la condizione italiana è esattamente questa: dipendenza totale da Russia, Iran, Algeria e altri paesi arabi, con costi economici enormi per le famiglie e con costi politici enormi in termini di sudditanza di fatto, ogniqualvolta si verifichino situazioni di crisi alle frontiere o all’interno degli stati fornitori. La vera debolezza “strategica” italiana è questa. E’ questo stato di fatto che ci rende politicamente irrilevanti. Appare così inevitabile il rifugiarsi supinamente su posizioni “europee” frutto di strategie che servono a dare un’illusione di peso internazionale a qualche cancelleria che non si rassegna al radicale cambiamento dei rapporti di forza.
Il problema è che l’attuale sistema politico, in vigore ormai da oltre dieci anni, non consente illusioni di cambiamento alcuno. Non è possibile per nessuno, centrodestra o centrosinistra, pensare di darsi un programma politico di grande respiro strategico, dovendo fare i conti con le ali più radicali, marginali e numericamente irrilevanti nel paese, ma comunque determinanti in parlamento, che non consentono neanche la gestione dell’ordinaria politica economica e costringono a continue revisioni della collocazione internazionale dell’Italia e del suo sistema di alleanze. La saldatura tra estremismo antagonista, ecologismo ottuso e localismi esasperati, favoriti dall’insipienza di una classe di governo incapace di governare il territorio e pronta a cedere a qualsiasi ricatto, disposta a sopportare la violenza di pochi a danno degli interessi della comunità nazionale, ha generato una paralisi decisionale, assolutamente bypartisan che sta inesorabilmente facendo scivolare il Paese verso l’assoluta irrilevanza internazionale. Dopo avere imposto per anni una dissennata politica energetica, che ci rende dipendenti dall’estero per l’80% del nostro fabbisogno, le frange estreme della sinistra sono oggi, per paradosso, le migliori interpreti, in termini di realismo, della collocazione del paese relativamente alla crisi mediorientale e in generale nello scacchiere internazionale. Come si può pensare di contrastare efficacemente il terrorismo internazionale senza compromettere il livello della vita quotidiana dei cittadini, quando gli ispiratori, gli strateghi e i finanziatori del terrorismo sono i nostri principali fornitori di energia? Come si può pensare di intervenire a favore dei diritti umani nelle giovani e fragili democrazie degli Stati dell’ex URSS senza mettere a rischio la regolare fornitura di energia per i più elementari bisogni delle famiglie? Oltre che politico il problema rischia di diventare un grave problema sociale. Si è così inventata la bizzarra formula della equivicinanza, che equivale, nei fatti, ad un riconoscimento e ad un sostegno delle ragioni di chi oggi nega ufficialmente il diritto di Israele alla difesa e alla stessa esistenza, o se ne infischia allegramente dei più elementari fondamenti della democrazia, organizza attentati in occidente in nome di una guerra islamica dichiarata che, secondo i recenti propositi del numero due di Al Qaeda, dovrebbe trionfare dalla Spagna all’Iraq. Ovviamente non è pensabile di poter continuare ad assecondare i ricatti politici di chi, politicamente debole nel paese, diventa determinante nel definire maggioranze tertraplegiche.
L’Italia non può pensare di uscire dalla sua crisi né di rivendicare un qualsiasi ruolo se non si mette mano ad una riforma generale del sistema paese in grado di riportare alla guida del governo quelle forze moderate e consapevoli che alle ultime elezioni politiche hanno espresso i due terzi del Parlamento. Si è perso troppo tempo, e in alcuni casi si sono fatti enormi passi indietro, nella direzione dell’ammodernamento delle infrastrutture strategiche. Non si può più aspettare fiduciosi una nuova crisi, fingendo che dopo sarà diverso. Così non è stato in questi anni e così non sarà se la classe politica non prende coscienza della gravità della situazione, uscendo dallo stato di catatonia che l’ha colpita, smettendo di confrontarsi su se stessa piuttosto che con i problemi reali del Paese. Occorre una svolta decisa e forte, perché le scelte che necessitano sono difficili e spesso apparire impopolari. Ma l’alternativa è l’affondare inesorabilmente nelle sabbie mobili del tirare a campare.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario