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Siamo divisi tra il personalismo e l’immobilismo

Una politica estera condannata dagli spot

Le due coalizioni non si confrontano su un tema così rilevante, ma preferiscono gli slogan

di Elio Di Caprio - 07 marzo 2006

Il Romano Prodi, pensieroso e pensante che, dalla tribuna della Cgil a Rimini, si fa carico dei problemi futuri dell’Italia, non nascondendosi le difficoltà che qualunque governo dovrà affrontare nei prossimi anni per risollevare un Paese in declino, dà di sé un’immagine diversa da quella “garibaldina” da lui stesso accreditata solo qualche giorno fa, quando era partito, lancia in resta, contro le prepotenze dei francesi, a cui veniva rimproverato il veto alla scalata dell’Enel in terra di Francia. Il capo della coalizione di centro-sinistra sembrava essersi fatto improvvisamente contagiare dall’atmosfera del berlusconismo imperante e dai suoi slogan ad effetto, quando aveva mostrato i muscoli, minacciando incaute ritorsioni e auspicando un’inedita combinazione dei “campioni nazionali” Eni-Enel per fronteggiare l’invadenza degli altri paesi europei. E ciò per dimostrare di saper difendere meglio della destra gli interessi nazionali contro tutti.

E’ la campagna elettorale in corso a far diventare il moderato Prodi, già presidente della Commissione europea, improvvisamente antieuropeo in campagna elettorale, quasi a fare da sponda al vecchio scetticismo antieuropeo di Berlusconi? Miracoli della politica o piuttosto ennesima strumentalizzazione della politica estera, sottoposta alle beghe interne dei partiti?

Da Rimini a New York. Un centro-sinistra irritato per gli onori riservati dalla Casa Bianca al nostro Presidente del Consiglio, si limita a parlare di un grosso spot elettorale, e non va oltre. Viene ancora una volta attaccato quel Berlusconi sorprendente, mattatore e mimetico, così abile ed efficace nel suo discorso al Congresso americano, da strappare qualche lacrima di commozione a Hillary Clinton, colei su cui sembra puntare il partito democratico americano nella prossima contesa presidenziale. I giornali internazionali più accreditati riportano in prima pagina le espressioni più significative del discorso di Berlusconi sulla necessaria solidarietà tra le due sponde dell’Atlantico e sul concetto basilare che non esiste un Occidente europeo e uno americano, ma un unico Occidente per tutti che non accetta divisioni quando è posta in gioco la sua stessa esistenza. E’ un messaggio di buon senso che, nel momento in cui indica un minimo denominatore comune di quella che chiamiamo ancora civiltà occidentale, nasconde volutamente le divergenze interne e omette di porre in luce che sono gli Usa e non l’Europa, nei primi anni di questo secolo, i soli a potersi permettere di agire in maniera autonoma e unilaterale sulla scena internazionale, come dimostrano le vicende legate all’intervento americano in Iraq.

Questa volta la riuscita dello “spot elettorale” di Berlusconi negli Usa non è dovuta alle sue onnipresenti televisioni, come da anni va ripetendo la propaganda di sinistra, ma alla sua capacità di aver creato un rapporto privilegiato con la più grande potenza del mondo, assumendosi la responsabilità di fare da sponda alla Gran Bretagna di centro-sinistra di Blair e differenziandosi volutamente da Francia e Germania, che ancora costituiscono il nucleo portante della “vecchia” Europa continentale. Bisognerebbe ragionare su costi e benefici di una tale scelta pro-americana e domandarsi se valesse la pena per l’Italia di mettere in gioco la solidarietà europea in politica estera per proporsi a Bush come il più fedele alleato, pronto persino a inviare in Iraq le sue truppe di pacificazione, non di occupazione… Ma un dibattito serio su tale argomento non c’è mai stato. Da sinistra si reagisce con l’usuale insofferenza epidermica, non si trova di meglio che ricorrere alle vecchie formule antiberlusconiane, si tenta di riassorbire l’“innocua”dichiarazione di Oliviero Diliberto che imputa a Berlusconi di aver stretto le mani grondanti di sangue del presidente Bush… Vedremo nei prossimi giorni quali messaggi verranno fuori dal cortile di casa nostra nell’ annunciato confronto televisivo di politica estera tra Berlusconi e Diliberto.

Tra un governo di centro-destra che ha cercato per cinque anni di giocare una partita alta in politica estera per offuscare i suoi fallimenti interni e una sinistra retorica e inconcludente che non ha mai saputo fornire alternative credibili, al di là del solito riflesso condizionato antiamericano, è obbiettivamente difficile scegliere. Il pasticciato proporzionale-maggioritario all’italiana del nuovo sistema elettorale avrà almeno l’effetto positivo di evidenziare, nell’ambito delle coalizioni che si fronteggiano, qual è la reale proporzione del consenso acquisito dai singoli partiti. Sarà chiaro finalmente a tutti se conseguentemente i capi delle due coalizioni avranno la capacità di relegare e rendere minoritarie le posizioni estremiste dei vari Diliberto e dei vari Calderoli. L’estenuante dosaggio tra le posizioni dei vari partiti è stato già la palla al piede della politica estera del primo governo Prodi del 1996, e ora si corre il rischio di ritrovarsi nella medesima situazione con il possibile successo della coalizione di centro-sinistra alle prossime elezioni.

Il berlusconismo e l’esasperazione personalistica della politica hanno, dal canto loro, contagiato più del dovuto ogni aspetto della vita pubblica, di maggioranza e di opposizione. Ma che almeno la politica estera resti una cosa seria.

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