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La battaglia dell'acqua e le bugie sul nucleare

"Una patacca mediatica"

Aspettiamo con ansia che il governo trovi il tempo e la coesione per agire

di Enrico Cisnetto - 03 maggio 2011

Dopo il nucleare, l’acqua. Checché ne pensi(?) Celentano, e nonostante le polemiche su un presunto scippo sollevate dai comitati per il “sì” – strumentali, perché è previsto dalla norma che istituisce l’istituto del referendum che se la legge che si vuole abrogare viene modificata nel senso che i quesiti referendari pongono la consultazione salta, e comunque a decidere è la Corte Costituzionale – sono totalmente d’accordo con il ministro Romani che vorrebbe creare le condizioni perché si evitino i due quesiti (su quattro, altri due sono stati dichiarati inammissibili) relativi all’acqua.

Si tratta dell’abrogazione di un articolo, il 23 bis, del decreto Ronchi e della norma del “Codice dell’ambiente” che legittima la “remunerazione del capitale investito” da parte delle società che gestiscono il servizio idrico. Ed il motivo dell’auspicio è duplice: perché fin qui la mistificazione referendaria è stata totale, e perché sarebbe l’occasione per migliorare una legge che ha fatto solo qualche passo avanti verso la risoluzione dei veri problemi del settore.

Sul primo punto il mio giudizio è netto: siamo di fronte ad una vera e propria patacca mediatica. Si è fatto credere, infatti, che in ballo ci sia la privatizzazione del “bene acqua” – che come tale è, e non potrebbe che essere, pubblico – mentre in realtà la Ronchi riguarda solo la gestione del servizio idrico, o meglio dei suoi meccanismi di affidamento, che vengono modificati sancendo l’obbligo per gli enti locali di indire una gara, alla quale potranno continuare a partecipare tutte le utility, come è stato finora. E saranno i Comuni a stabilire le condizioni dell’affidamento e a fissare le tariffe, non gli operatori. Anche la tanto esecrata norma Ronchi che prevede l’azionista pubblico sotto il 30% nel capitale delle spa di gestione è oggetto di strumentalizzazione: prima di tutto perché le utility già sono giuridicamente “private”, e lo sono tanto più se quotate in Borsa, e poi perché per i Comuni la riduzione di quota non è un obbligo, ma solo la condizione per conservare lo strumento dell’affidamento diretto ed evitare le gare.

Inoltre non si è spiegato agli italiani che proprio attraverso l’efficienza della sua gestione si può tutelare il valore vitale e collettivo dell’acqua. E che le condizioni del sistema su cui si è voluto intervenire sono a dir poco pietose visto che, in media, disperde la metà dell’oro blu nel percorso dalla fonte al rubinetto. Se il referendum servisse a cambiare sarebbe sacrosanto, ma purtroppo è fatto per conservare una rete colabrodo costosa (oltre alle tariffe, c’è la fiscalità generale) ed anti-ecologica. E per risistemarla occorre reperire risorse sul mercato – si parla come minimo di 60 miliardi – essendo notorio che dalla finanza pubblica non può arrivare un euro. Ma un intervento legislativo non servirebbe solo a bloccare il referendum.

Significherebbe anche la possibilità di istituire quell’authority che tutti invocano, di definire condizioni contrattuali di affidamento più chiare e stabili a garanzia degli investimenti, di superare le differenze tra norme nazionali e regolamenti locali, di metter mano a vere emergenze che si chiamano fogne e depuratori. Dunque, aspettiamo con ansia che il governo trovi il tempo e la coesione per agire. Magari con un po’ più di chiarezza di quanto non abbia fatto per il nucleare.

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