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L’Italietta delle “trattative” e del “papello”

Una memoria collettiva troppo “inquieta”

Solo se si recupera la realtà della nostra stessa storia si capisce quello che sembra oscuro

di Davide Giacalone - 20 ottobre 2009

Questa mattina Luciano Violante sarà ascoltato dai procuratori palermitani. Mi auguro che i pubblici ministeri sappiano formulare domande significative, auguro a Violante di saper dare risposte convincenti. Quando fu lui ad andarli a trovare, lo scorso 23 luglio, le parole di Massimo Ciancimino erano ancora fresche e gli avevano fatto ritrovare la memoria, sopita per diciassette anni. La memoria di una singola persona può essere influenzata da tanti elementi, alcuni naturali, altri più legati alla convenienza. Quella che inquieta è la memoria del Paese, la nostra memoria collettiva, sempre pronta alla resa innanzi alla faziosità, sempre pronta a flettersi e genuflettersi. Oggi pronta ad annegare nel pantano della “trattativa” e del “papello”. Vale la pena fissare alcuni punti, degli ormeggi cui attraccare la ragione, prima che sia tirata via da flutti maleodoranti.

1. Parlare di trattativa fra lo Stato e la mafia non ha senso. Il primo esiste solo nei libri di diritto, la seconda nei film scadenti. Si può ragionare attorno ai contatti ed agli scambi fra uomini delle istituzioni, siano essi politici o forze dell’ordine, ed esponenti della criminalità organizzata, ovvero i capi di quel branco di disonorati e vigliacchi che si riconduce al mondo della mafia.

2. Tali contatti sono ovvi. Se i carabinieri propongono uno scambio fra la consegna di latitanti ed un buon trattamento per le loro famiglie non fanno che il loro dovere. Semmai, osservo: magari, lo scambio fosse stato solo quello! Perché, nella realtà dei fatti, non nelle congetture o nella letteratura per analfabeti, la legge e la gestione processuale dei collaboratori di giustizia (non “pentiti”, che le bestie non si pentono), hanno consentito favori larghissimi, direttamente a beneficio degli assassini. Sono fuori dal carcere persone che ci sarebbero dovute crepare. La procura di Palermo protesse mafiosi che, nel corso della loro “collaborazione”, tornarono a mafiare ed ammazzare. Stipendiati dallo Stato. Fatti, questi sono fatti.

3. Per capire il contesto in cui s’inquadra la presunta trattativa, basterà guardare a questi nostri giorni e al modo dissennato con cui il materiale mafioso viene trattato. Ci sono procuratori e politici che si tirano dietro le “rivelazioni”, tutti intenti al loro piccolo cabotaggio ed incapaci di vedere di quale più pericoloso gioco sono oggetto. Leggete i commenti, e vedrete il continuo tentativo di ricondurre le pagine criminali al balletto delle convenienze politiche. Cancellando la memoria, naturalmente. Tiriamo il fiato, allora, ed usiamo la testa.

4. Salvo Lima fu assassinato il 12 marzo 1992. Gli spararono per dialogare, volevano fare pressione su Andreotti affinché aggiustasse i processi? Ma questa è roba a fumetti! Quell’omicidio fu il segnale della rottura, definitiva. Un mondo politico, che ancora doveva affondare, era così licenziato dalla mafia con la quale aveva avuto rapporti. I capi mafiosi sono uomini senza onore, ma non dei cretini, sanno che i processi passati in cassazione non si aggiustano, e sapevano che ammazzare Lima significava indicare un loro interlocutore e puntare il dito contro Andreotti, suo capo corrente. Uccisero consapevolmente, girando una pagina dei loro rapporti con quella politica.

5. Giovanni Falcone fu ucciso, assieme alla moglie ed alla scorta, il 23 maggio 1992. Perché fecero saltare in aria un magistrato che era già stato sconfitto dal Consiglio Superiore della Magistratura e dalla sinistra, giudiziaria e politica? Perché eliminarono un uomo che Leoluca Orlando Cascio aveva potuto, impunemente, indicare quale connivente con mafia e politica (ricordate? disse che teneva le carte nei cassetti), un magistrato che per quello finì sotto inchiesta, uno cui, per combattere la mafia, era considerato, da Violante e compagni, meno capace di Agostino Cordova, uno di cui si poteva pubblicamente dire che s’era venduto al governo Andreotti? Perché? Ci sono solo due ragioni possibili: la prima è la vendetta, che Falcone aveva messo nel conto e che dimostrerebbe, comunque, la sua reale capacità di ficcare ferri roventi nel fianco della mafia, quindi l’opposto di quel che gli veniva rimproverato; la seconda è più politica, perché con Falcone fra i piedi sarebbe stato assai difficile utilizzare i pentiti quale bocca della verità, spesso a gettone, come i juke box.

6. Paolo Borsellino salta in aria, con la scorta, il 19 luglio 1992. Scrissero subito che si era sentito l’erede di Falcone ed aveva messo le mani sull’importantissima inchiesta mafia ed appalti. In 50 giorni? Ora scrivono: è morto perché contrario alla trattativa. Ma se Piero Grasso dice (e farebbe bene a dire tutto o tacere del tutto) che i contatti furono avviati dopo la morte di Falcone, sempre in quei 50 giorni si avviò la trattativa e si ammazzò il suo eventuale nemico? Mi domando se posseggono un calendario, certuni. Guardiamo i fatti: con la morte di Borsellino si cancella del tutto l’opera di Falcone, si azzera la vecchia politica giudiziaria antimafia, si lascia il campo libero agli altri, ai nuovi.

7. Restano alcuni loro collaboratori, ma presto vengono randellati a dovere. Mi limito ad un nome: Carmelo Canale. Carabiniere che Borsellino chiama “fratello”, legati da collaborazione quotidiana, cognato di Antonino Lombardo, altro carabiniere, altro uomo accusato da Leoluca Orlando Cascio, sempre in diretta televisiva, sempre da Santoro, altro morto di mafia, questa volta per mano propria. Il botto di via D’Amelio era ancora nelle nostre orecchie che Canale finisce accusato di mafia. Ora è stato assolto, ma ora non conta niente, ora la memoria è già corrotta, ora la partita è già finita.

8. Le stragi di mafia occupano il 1992 e macchiano il 1993. Credete che servissero a trattare? E con chi, con un mondo politico che s’avviava alla forca, che non contava e non controllava più niente? Oppure con Forza Italia e Berlusconi, datore di lavoro di Mangano (lo dico, così non mi scrivono che non l’ho detto, ma non c’entra nulla), che solo i mafiosi sapevano essere il futuro vincitore e dal cui governo, comunque, non ottennero assolutamente niente? Sentite, i mafiosi non hanno ideologia, non hanno morale, non hanno idee, hanno solo interessi. Tengono i contatti con chi conta, se ci riescono. Li hanno tenuti sempre con i partiti di governo, nazionale e locale, infiltrandoli, condizionandoli e combattendo, al loro interno, le persone per bene. In quei due anni il potere traslocava. Ecco perché è interessante la ritrovata memoria di Violante, ovvero l’uomo che i pentiti poté utilizzarli, contro la storia e la tradizione del partito comunista, contro l’opinione di Gerardo Chiaromonte, comunista e suo predecessore alla commissione antimafia, e, con quelli, poté costruire accuse penali indirizzate a proseguire la lotta politica.

9. Se si perde la memoria di questi fatti, non si capisce nulla e si va avanti per sincopate rivelazioni e sensazionali riscoperte di quel che è ovvio. Per ora non mi spingo oltre, anche perché la cosa più significativa è già detta: se si recupera la realtà della nostra stessa storia si capisce quello che sembra oscuro. Il punto centrale non è la trattativa, fra Stato e mafia, ma la guerra che aprì crepe terribili nello Stato, massacrando alcuni fedeli servitori della legge e, con loro, la verità.

10. Osservo solo, per concludere, che le successive assoluzioni di Andreotti segnano non solo la sconfitta giudiziaria di questo disegno, ma anche un ulteriore inquinamento della memoria. Sono riusciti nel capolavoro di smentire giudiziariamente quel che i mafiosi avevano scolpito nella storia, uccidendo Lima. Capisco che si possa godere, per l’esito di questa partita, così cinica e mal concepita, giocata da una sinistra giudiziaria e politica che ancora tenta l’assalto, senza neanche l’eroismo della cavalleria a Isbuschenskij, sul fronte sovietico del Don. Ma, sinceramente, mi sfugge di cosa si possa mai gioire.

Pubblicato da Libero

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