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Crisi, è tempo di provvedimenti espansivi

Una manovra di stile keynesiano

Servono più sgravi fiscali selettivi e un massiccio piano di investimenti in opere pubbliche

di Enrico Cisnetto - 10 novembre 2008

E’ partita in piena regola la “damnatio memoriae” sulla finanza, ormai simbolo di tutti i mali, e tra poco arriveremo a vedere vignette come quelle che andavano di moda negli anni Trenta sugli avidi banchieri, magari ebrei, col cilindro. Peccato, perché andrebbe ricordato che con le dovute correzioni – accorciamento della leva, ristrutturazione dei ratios patrimoniali delle banche, fine dell’epoca delle acquisizioni solo a debito – il ruolo della finanza è imprescindibile, se inteso come mezzo e non come fine ultimo. Peraltro, si fa presto a dire “torniamo all’economia reale”, il mantra più gettonato delle ultime settimane.

Prendiamo il caso Italia: se la rigidità del mercato bancario ci ha salvato da subprime, derivati e affini, i ritardi decennali del tessuto imprenditoriale in questo caso non ci fanno da airbag. Gli ultimi dati della Banca d’Italia e dell’Istat – gli ennesimi negativi – mostrano infatti come non solo la crisi abbia già iniziato a contagiare le imprese per effetto della contrazione del credito, e che queste continuino a registrare un trend declinante per quanto riguarda gli investimenti, ma anche – ed è la cosa più inquietante – che il nostro capitalismo è da tempo refrattario all’innovazione di prodotto e di processo.

Ora, se è “normale” che in una fase di congiuntura come questa aumenti il numero delle imprese che chiuderanno bilanci in rosso (secondo l’indagine campionaria di Bankitalia nel 2008 saliranno dall’11% al 17% del totale), e se nessuno si può stupire che la fiducia degli imprenditori sia ai minimi termini – tanto che quasi la metà delle imprese pronostica una maggiore rarefazione del credito nel 2009 e dunque prevede di investire meno (nell’industria il numero di soggetti che taglierà gli investimenti sale dal 19,8% al 29,7%, nei servizi dal 17,7% al 24,8%) – ben diverso è scoprire che solo poco più di un quarto delle imprese italiane, per l’esattezza il 27,1%, nel triennio 2004-2006 ha introdotto nella propria attività un qualche tipo di innovazione tecnologica. Perchè questo significa che la scarsa propensione ad innovare – legata sia alle dimensioni (quelle con almeno 250 addetti sono per oltre la metà innovatrici), sia al tipo di attività economica (le imprese innovatrici sono state il 36,3% nell’industria in senso stretto, ma solo il 17,3% nelle costruzioni e, desolatamente, il 21,3% nei servizi) – in una fase di cambiamento epocale come questa si traduce in una minore capacità competitiva proprio su quel terreno di economia produttiva cui tutti si richiamano dopo lo tsunami finanziario.

Di fronte a questi dati, si capisce che provvedimenti d’emergenza basati sul solo principio di “più soldi a famiglie e imprese” rischiano di non essere affatto risolutivi. Ciò che serve, a questo punto, è invece una manovra espansiva mirata ad alcuni obiettivi di politica industriale e di infrastrutturazione (materiale e immateriale) del Paese. E qui, senza bisogno di nessuna Obama-mania, si studino le misure all’attenzione del Congresso Usa, una manovra di stile keynesiano da almeno 200 miliardi di dollari, composta da sgravi fiscali selettivi e da un massiccio piano di investimenti in opere pubbliche. Gli analisti di Moody’s stimano che per ogni dollaro pubblico così speso, il pil pro-capite ne guadagnerebbe uno e mezzo e l’erario incasserebbe 40 centesimi di maggiori entrate. Basterebbe copiare.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario