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I rischi della crisi portoghese

Una lezione per l'Italia

Così il Portogallo finisce nelle fauci della speculazioni

di Enrico Cisnetto - 29 marzo 2011

I riflettori che in questi ultimi giorni si sono riaccesi su Lisbona, hanno indirizzato il loro fascio di luce sull’eventualità che si renda necessario un salvataggio del Portogallo, per almeno 75 miliardi. Certo, quello è il punto nodale: si dovrà attingere al fondo “salva Stati”, che proprio adesso il consiglio europeo ha deciso di regolare, rendendolo permanente? E nel caso quali garanzie “politiche” si vogliono chiedere, considerato che Angela Merkel e gli olandesi hanno già messo le mani avanti sugli impegni anti-deficit che Lisbona deve dare? Ma soprattutto, cosa si può ragionevolmente ottenere, visto che il governo Socrates si è appena dimesso? Ecco, è su questo versante, più che su quello europeo, che va vista, specie da Roma, la vicenda portoghese.

Quello che è successo è chiaro: messo nel mirino dalla speculazione subito dopo gli attacchi (riusciti) a Grecia e Irlanda, con tassi sui titoli del debito pubblico arrivati al 7% sui bond biennali e all’8% sui decennali e un differenziale con i bund tedeschi ai massimi storici (oltre 450 punti base), il governo del socialista José Socrates non è riuscito a far passare nel Paese un piano di riduzione del deficit – già sceso al 7,5% del pil nel 2010 dal 9,4% del 2009, ma che dovrebbe calare ulteriormente al 4,6% quest’anno, al 3% nel 2012 e al 2% nel 2013 – che pure aveva trovato particolare apprezzamento in sede europea. Infatti, l’opposizione (il Psd di Pedro Passos Coelho, centrodestra), non ha avuto scrupoli nel cavalcare la protesta (da tempo il Portogallo è bloccato dagli scioperi nei trasporti) per gli inevitabili provvedimenti impopolari che questo piano di rientro comporta. Certo, Coelho ha spiegato di essersi opposto ai nuovi tagli a stipendi e pensioni (previsti nell’ultima manovra bocciata mercoledì dal parlamento) perché in cambio è favorevole ad un aumento del 2% dell’Iva e ad una riduzione delle spese dello Stato.

Ma intanto fa il pieno alzando le barricate. Salvo tranquillizzare l’Europa con dichiarazioni accondiscendenti, ora che il capo dello stato Anibal Cavaco Silva sta per convocare le elezioni anticipate che, secondo i sondaggi, potrebbero dare al Psd la maggioranza assoluta in parlamento. Cosa che induce il premier uscente, per evitare il tracollo, ad affermare temerariamente che “il Portogallo non ha bisogno di alcun aiuto perché è perfettamente in grado di finanziarsi sui mercati” (eppure entro giugno, quando un nuovo governo potrebbe essere formato, si devono reperire 9,3 miliardi, non noccioline).

Come si vede, con questo modo così populistico di ricercare il consenso da parte della sua classe politica, il Portogallo rischia di finire dritto dritto nella fauci della speculazione – cosa anticipata dal taglio del rating sia di Fitch che di S&P – e di essere per forza costretto a chiedere il salvataggio.

Viene da chiedersi: ma non sarebbe più logico, direi quasi moralmente obbligato, scegliere la strada della condivisione dell’onere di far “digerire” ai cittadini le misure restrittive, spiegando loro che il prezzo da pagare in caso di mancata applicazione di quei provvedimenti sarebbe ben più salato? Neppure di fronte ad un rischio di default si trova uno straccio di coesione nazionale?
Naturalmente, i lettori lo avranno già capito, sto parlando a nuora perché suocera (l’Italia) intenda. Prima che sia troppo tardi.

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