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Non sarà la Bce a toglierci dai guai

Una giornata nera

Inflazione, crollo delle Borse, bassa crescita: stagflazione in arrivo?

di Enrico Cisnetto - 06 febbraio 2008

Inflazione in ulteriore crescita; Piazza Affari che guida l’ennesimo crollo delle Borse europee, capaci di “bruciare” oltre 240 miliardi; conferma che stiamo ritornando alla crescita zero, o giù di lì. Non si può certo dire che nella giornata in cui si sono sciolte anticipatamente le Camere – per la nona volta su 15 legislature – il fronte dell’economia ci abbia offerto motivi di consolazione. Anzi. La crisi finanziaria che negli ultimi tempi ha stracciato i listini azionari non sembra essere finita se sono bastati un paio di dati congiunturali negativi, per di più americani, e un report non lusinghiero sulla Fiat, per innescare una spirale negativa che ha visto Milano perdere il 3%. E la crisi dell’economia reale, che finora sembrava risentire solo in parte di quella borsistica, ora incombe sull’Europa, e in particolare sull’Italia, dove la Confindustria accredita come miglior risultato possibile per il 2008 un aumento del pil di solo mezzo punto. Se poi si aggiunge l’impennata del tasso d’inflazione, arrivato al 2,9% in Italia e al 3,2% in Eurolandia, ecco servito uno scenario di stagflazione con i fiocchi, da cui sarà difficile uscire senza le ossa rotte. Tanto più se, come è stato finora, la politica monetaria made in Bce non sarà di nessun aiuto. Infatti, mentre la Federal Reserve usa alla grande la leva dei tassi d’interesse – ridotto di un punto e 25 in due mosse compiute nell’arco di una settimana – nonostante che negli Usa l’inflazione sia sopra il 4%, la banca centrale continentale mantiene ancora fermo al 4% il costo del denaro e si prepara domani a confermare per l’ennesima volta la sua scelta di controllo della dinamica dei prezzi. Con il bel risultato che l’inflazione sale comunque e la crescita va a farsi benedire. Possibile che i governi e la commissione europea non sentano la necessità di affrontare di petto la questione? Non si tratta di intaccare l’autonomia della Bce, ma semmai di riscriverne le “regole d’ingaggio” indicando con chiarezza che tra i suoi obiettivi fondamentali c’è lo sviluppo dell’economia europea, e che dunque la leva monetaria deve essere usata insieme – sinergicamente – con quella della politica economica. Certo, non è affatto da sottovalutare il pericolo insito nella rincorsa dei prezzi, visto che siamo ai massimi dal 2001 e che solo quattro mesi fa in Italia l’inflazione era all’1,7%: anche se le pressioni inflazionistiche provengono dalle due componenti che dallo scorso autunno stanno condizionando gli sviluppi dei prezzi, ovvero energia – che pesa per un quarto sull’incremento totale – e alimentari. A queste si sono aggiunti i rincari ‘una tantum’ di alcune tariffe e prezzi controllati, che hanno decretato il balzo. Però è anche vero che le altre voci del totale continuano e in ogni caso o a rimanere stabili o a decelerare: significativo in particolare il calo della telefonia, dell’elettronica e delle spese per la salute, grazie ai tagli dei prezzi dei medicinali. Ma ancora una volta ribadiamo che la vera causa del carovita è la bassa crescita e di conseguenza il mancato incremento di stipendi e salari. Da noi, poi, l’inflazione è da tempo sotto la media europea, a dimostrazione che non è con quel termometro che si deve valutare lo stato di salute di un’economia, se è vero che il nostro ritmo di crescita è da oltre un decennio costantemente inferiore a quello continentale di quasi un punto l’anno. Se ci sono famiglie che non arrivano alla fine del mese –Bankitalia sostiene che 8,89 milioni di persone, il 15,8% degli italiani, per due terzi collocate nel Mezzogiorno, hanno un livello di spesa sotto la soglia di povertà – la colpa risiede nel reddito insufficiente, visto che quello dei lavoratori dipendenti è rimasto pressoché fermio dal 2000 al 2006, e nell’immobilità sociale, visto che la quota di individui che vive in famiglie a basso reddito risulta nel 2006 pari al 13,2%, una quota praticamente costante dal 2000. Per migliorare, è giusto porre la questione di una crescita significativa di salari e stipendi, ma se non vogliamo che essa vada a ulteriore detrimento di una produttività già bassa dobbiamo dirci che il nodo vero è il ritorno ad uno sviluppo economico non inferiore al 3%. E sapere che, in attesa di un nuovo governo, non sarà certo la Bce a tirarci fuori dai guai.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario