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La legislatura sulla strada alla Terza Repubblica

Una cura (ri)costituente per l'Italia

Relazione del presidente di Società Aperta alla manifestazione di ieri, 5 luglio

di Enrico Cisnetto - 06 luglio 2006

Cari Amici,

prima di tutto voglio ringraziarvi. Le numerose, e tutte qualificatissime, adesioni che abbiamo ricevuto alla nostra iniziativa, volta ad aprire una nuova fase costituente – o meglio, riCostituente – nella vita politica, anche sociale e civile, del nostro Paese, ci confortano e ci spronano. E’ con orgoglio che abbiamo registrato e registriamo questa grande disponibilità, perché crediamo sia conseguenza non solo del valore di un’iniziativa opportuna nel merito e rassicurante nel metodo, ma anche della credibilità che Società Aperta ha saputo conquistarsi in anni di lavoro politico volto esclusivamente a creare uno spazio di riflessione e di impegno serio e sereno in un mondo, quello della politica ma anche più semplicemente del dibattito culturale, condizionato da sterili logiche di contrapposizione, di anacronistiche guerre ideologiche in una fase della storia caratterizzata proprio dalla caduta delle ideologie.

Dal “pareggio” al No
Con il referendum del 25 giugno si è finalmente chiusa l’interminabile e insopportabile stagione elettorale, che ha preso il via all’inizio del 2004 con l’apertura della campagna per le Europee, è proseguita con le Regionali e le amministrative varie, per poi arrivare – senza soluzione di continuità – alle Politiche e alla consultazione sulla cosidetta devolution. In tutte queste occasioni gli italiani – considerata l’offerta politica che avevano a disposizione – hanno fatto scelte coerenti, e molto più precise e intelligenti di quanto non gli sia stato riconosciuto, sia nei commenti sia, soprattutto, nei comportamenti degli eletti.
In particolare, penso alla lettura parziale e miope che è stata data al voto del 9 e 10 aprile. Sul piano aritmetico, e dunque giuridico, il centrosinistra ha conquistato la maggioranza dei voti, risicata ma pienamente legittima. E male ha fatto chi ne ha dubitato, assumendosi la responsabilità di esporre la Politica nell’immaginario collettivo ad un ulteriore, fatale deprezzamento. Ma dal punto di vista politico, invece, il risultato stato inequivocabilmente un pareggio. Nel senso che le elezioni le hanno perse entrambi i poli, e soprattutto entrambi i candidati premier. Infatti, al termine di una campagna elettorale da “guerra civile”, nessuna delle due coalizioni ha raggiunto il 50% e nessuno dei due leader può dire di aver superato l’altro, nonostante abbiano trasformato la consultazione per eleggere il Parlamento in un improprio referendum sulla loro persona.
Questo significa che è politicamente impraticabile – e moralmente irresponsabile – pensare che le cose stiano diversamente, come hanno fatto sia Romano Prodi facendo finta di aver vinto sia Silvio Berlusconi ostinandosi a non prendere atto di aver perso.
D’altra parte, l’Italia è un paese complicato da governare con una maggioranza netta di seggi (come ha ampiamente dimostrato la scorsa legislatura), figuriamoci come si possa farlo con uno 0,06% in più. E i primi mesi – dalla modalità di elezione di Franco Marini alla presidenza del Senato fino alla babele programmatica dell’esecutivo, specie sul terreno della politica estera ma non meno su quello della politica economica – testimoniano con chiarezza che il percorso della legislatura è e sarà fortemente condizionato dalla fragilità, numerica e politica, della maggioranza. La quale ha peraltro generato una fragilità non meno evidente della minoranza.
Inoltre, tanto Prodi quanto Berlusconi hanno perso la loro gara anche sul terreno delle aspettative: l’uno perchè ha tradito quelle di una vittoria piena del centro-sinistra, legittimate dai sondaggi, l’altro perchè ha dovuto rincorrere l’avversario nonostante abbia potuto governare cinque anni pieni avendo una maggioranza mai così larga nella storia della Repubblica.
La favola del Paese spaccato a metà
Insomma il “pareggio” non è la casualità di un responso malriuscito – la monetina lanciata che cade di taglio anziché di piatto – ma una scelta ben meditata degli elettori, che hanno voluto segnalare il disagio che gli deriva da un sistema politico irragionevolmente rissoso, ma soprattutto incapace di produrre governabilità. E che indica con assoluta precisione la necessità di un’offerta politica ben diversa da quella prodotta dal nostro fallimentare bipolarismo. I cittadini hanno fatto una scelta, la Politica ne prenda atto e trovi le soluzioni: è il suo mestiere.
Per questo, il “pareggio” non descrive affatto un Paese “spaccato a metà”, come si è detto con deprecabile superficialità. O meglio, lo è – forzatamente – solo sul piano elettorale.
Intendo dire che esiste una netta maggioranza di italiani, circa i due terzi, sostanzialmente omogenea – almeno sui grandi principi – o che comunque è tale rispetto a quel terzo di cittadini che hanno scelto comunisti, fascisti, secessionisti, giustizialisti e ambientalisti del “no a tutto” come loro rappresentanti. Ma questa maggioranza è costretta, da un sistema politico sbagliato e da una pessima legge elettorale (come quella di prima, peraltro), a dividersi tra due poli artificiali, la cui linea di demarcazione formalmente è tra destra e sinistra – espressioni del Novecento che non servono o comunque non bastano a leggere la realtà e a compiere scelte di modernità – ma sostanzialmente è data dall’inaccettabile contrapposizione tra chi è pro e chi è contro Berlusconi (e solo nei regimi populisti una persona, chiunque essa sia, diventa la ragione di divisioni politiche). Con il risultato che quella maggioranza diventa due minoranze, a loro volta costrette per vincere le elezioni ad imbarcare partiti e partitini che rappresentano quel terzo disomogeneo di italiani, regalando alle “ali” del sistema una pesante capacità di “ricatto politico”.
Da qui nasce l’ingovernabilità italiana che ha contraddistinto l’intera storia della Seconda Repubblica – che rappresenta la peggior stagione politica dal dopoguerra in poi, sia per la scarsa qualità della classe dirigente sia per povertà di risultati ottenuti, dall’economia alla giustizia – ed è soltanto dando ai due terzi degli elettori “sostanzialmente omogenei” una rappresentanza politica adeguata che si può fermare il declino del Paese.

Grande Coalizione e alternanza
Naturalmente, dentro quella “sostanziale omogeneità” ci sono differenze anche profonde: laici e cattolici (una distinzione che a giudizio di Società Aperta va ricondotta fuori dai programmi di governo e di coalizione), moderati e riformisti, conservatori e modernizzatori. E ci sono differenze, in qualche caso conflitti, che attengono agli interessi, non facilmente componibili. Come dimostra il timido, ma non per questo non apprezzabile, accenno di liberalizzazioni di un arcaico sistema corporativo voluta nel governo Prodi dal ministro Pierluigi Bersani, non a caso un amico della prima ora di Società Aperta.
Ma in questo momento la necessità di superare il collasso del sistema bipolare, causa prima dell’ingovernabilità – nel senso di mancanza di scelte strategiche, non di durata dei governi e delle legislature – viene prima di qualunque altra considerazione. E per ottenere questo risultato – propedeutico ad un fisiologico sistema di alternanza, cui certo non vogliamo rinunciare, ma che in questi anni abbiamo avuto solo in forma virtuale – non rimane che la Grande Coalizione, in questa fase l’unico antidoto ad una pratica minimalista di governo o a un’inaccettabile “ritorno alle urne”.

Né Prodi, né Berlusconi
Prima del voto, Società Aperta aveva detto chiaramente che non si sarebbe schierata né con Prodi né con Berlusconi, entrambi emblemi di un sistema politico sbagliato. Allo stesso modo, oggi, diciamo che né Prodi né Berlusconi possono essere i protagonisti di quella fase di transizione tra la Seconda e la Terza Repubblica che abbiamo chiamato Grande Coalizione.
Questo significa che le componenti dialoganti dei due poli devono far prevalere la ragionevolezza, mettendosi intorno ad un tavolo per fare in modo che questo bipolarismo fallimentare non faccia altri danni.
Ci vuole quel coraggio che è mancato nell’ultimo anno, quando si poteva costruire una terza forza che rompesse il gioco bipolare, o almeno si poteva evitare che fossero ancora, dieci anni dopo, i due leader settantenni del centro-destra e del centro-sinistra a presentarsi al giudizio degli italiani. Ora c’è il supporto elettorale a dare coraggio a chi non l’ha avuto, il pareggio è una scelta “intelligente” proprio perchè legittima iniziative che fino a ieri apparivano – sbagliando, e a danno del Paese – troppo audaci. E se le cose hanno un senso, al “pareggio” delle Politiche di aprile va sommato il voto refendario di giugno: con entrambi, gli italiani hanno voluto dire alla classe politica che è ora di chiudere l’infinita stagione della transizione verso non si sa che cosa, che convenzionalmente – ma forse impropriamente – abbiamo chiamato Seconda Repubblica.

Apriamo una “fase costituente”
Il miglior modo per iniziare la ricerca di intese politiche più larghe e più solide è mettersi d’accordo sulla necessità di un grande progetto di modernizzazione da realizzare attraverso una comune iniziativa tra la società civile, le parti sociali e le componenti “dialoganti” degli schieramenti politici. Come? Società Aperta aveva indicato la strada prima dell’appuntamento referendario, dunque al riparo da qualunque strumentalizzazione del suo risultato: aprire una “fase costituente”, che possibilmente sbocchi nella più alta Assemblea del nostro ordinamento repubblicano o che comunque consenta finalmente di riscrivere in modo partecipato le regole del gioco politico e del vivere civile. Per almeno cinque ragioni: sanare la ferita inferta alla Costituzione e che il referendum non ha potuto chiudere; ripensare l’impianto istituzionale di stampo federalista; bloccare l’abuso dell’articolo 138 della Costituzione; dare un senso ad una legislatura che tutti pronosticano “corta”; voltare pagina e aprire una stagione politica nuova. Vediamoli in dettaglio.
Riforme “condivise” e 138
Dopo il referendum – e a maggior ragione vista l’alta partecipazione al voto e il netto risultato a favore del No – occorre riprendere il filo delle riforme istituzionali secondo un metodo condiviso. Sapendo che gli italiani ci incoraggiano: sbaglia, infatti, chi – come la sinistra del centro-sinistra e l’ala più retriva del centro-destra, non casualmente accomunate – ritiene che il referendum abbia definitivamente chiuso la stagione delle riforme. Il 25 giugno è stata bocciata la riforma che va sotto il nome di devolution, perchè su quella i cittadini erano chiamati ad esprimersi, ma non per questo ha ricevuto il viatico popolare la riforma del titolo V della Costituzione a suo tempo realizzata dal centro-sinistra. Intanto perchè gli italiani hanno bocciato il metodo – modifiche costituzionali a colpi di maggioranza – che ahinoi ha accomunato entrambe le riforme. E poi perché, per quanto riguarda il merito, la componente del decentramento federalista (ma sarebbe meglio dire localista) è preponderante tanto nella devolution quanto nel titolo V – anzi, paradossalmente la prima attenua alcuni eccessi del secondo – e dunque è naturale pensare che sia proprio questo comune denominatore ad essere stato bocciato dagli elettori, che saggiamente ne hanno individuato gli alti costi, incompatibili con le condizioni della finanza pubblica, la confusione istituzionale e burocratica che comporta, la pessima qualità media della classe dirigente e funzionale che produce. Infine, c’è un altro motivo istituzionale per aprire una nuova stagione costituente: evitare che continui l’utilizzo imporprio del 138. I nostri padri fondatori, saggiamente, avevano scritto questo articolo della Costituzione per dar modo ai cittadini di valutare per via referendaria modifiche della Carta relative a temi specifici. Ma la riscrittura di interi capitoli o, peggio, di molte parti diverse della Costituzione, non può essere giudicata con un semplice Sì o No. E non tanto, o non solo, come ci si ostina a dire dando la patente di cretini agli elettori, per una questione di comprensibilità, ma per una ben più importante questione di legittimità. Problema, si badi bene, che non può essere risolto con il semplice innalzamento dei livelli di consenso parlamentare necessari per far uso del 138.

No al federalismo municipalista
Sarebbe dunque ora di prendere atto che per rispondere con prontezza ed efficacia ai grandi problemi strutturali che le trasformazioni epocali del mondo, dalla rivoluzione tecnologica alla globalizzazione, ci pongono – e che richiedono, sia nel contesto italiano sia in quello europeo, nientemeno che l’individuazione di un nuovo modello di sviluppo e di un diverso sistema di welfare – lo strumento del federalismo nazionale non solo non serve, ma risulta antistorico. I processi in atto hanno imposto al mondo globale due standard fondamentali: la velocità, specie delle decisioni, e le grandi dimensioni. Noi siamo andati e stiamo andando – disastrosamente – nella direzione opposta: pretendiamo di sciogliere i nodi che ci stringono alla gola con la forza debole del municipalismo, del “piccolo è bello”, del diritto di veto riconosciuto anche alla più marginale delle comunità. Così il processo decisionale moltiplica i passaggi, e gli ostacoli, con il risultato che a prevalere sono le “non decisioni”, il rinvio, i tempi lunghi, la discrezionalità più assoluta.
Per favore, amici che avete la responsabilità di guidare il Paese, non dividiamo ciò che è già unito, semmai uniamo ciò che è ancora diviso: l’Europa dell’euro, che nonostante la moneta comune e lo sforzo dei padri fondatori, non è ancora diventata gli Stati Uniti d’Europa. Non tentiamo di conservare un presente che è già passato, costruiamo il futuro. Lo dico perché vedo con preoccupazione crescente il riproporsi di un dialogo tra la sinistra riformista e la Lega Nord che già tanto danno ha fatto nel passato, non meno di quello procurato dal formarsi nel centro-destra del perno della coalizione intorno all’asse tra Berlusconi e Bossi.

Questa legislatura apra la strada alla Terza Repubblica
Oltre a quelle istituzionali, ci sono due motivazioni squisitamente politiche per aprire una “fase costituente”. La prima è contingente: dare un senso ad una legislatura che tutti, dai politici stessi a bookmaker londinesi, scommettono sarà di breve durata. Che almeno partorisca uno strumento per risistemare la Costituzione. Il secondo è invece un motivo di fondo: l’uscita da un sistema bipolare che produce solo ingovernabilità, l’apertura di una fase politica che porti alla Terza Repubblica. La quale, per essere legittimata e per poter funzionare, ha bisogno del suggello di un passaggio costituzionale, che oltre a curare le ferite inferte alla carta fondativa della Repubblica la sappia nello stesso tempo modernizzare – pur salvaguardandone i principi fondamentali – per mettere in condizione il Paese di affrontare le grandi sfide del presente e alle giovani generazioni di potersi costruire il futuro.

L’Assemblea Costituente
L’Italia è vittima di un declino strutturale pericolo, di una crisi di futuro senza precedenti, e in questo momento deve prevalere il senso di responsabilità. Il quale non è rappresentato né da chi fa finta di avere i numeri e la forza per governare, né da chi continua a soffiare sul fuoco della delegittimazione dell’avversario. Il senso di responsabilità è dire la verità al Paese, e chiedergli uno sforzo comune per ritrovare la fiducia e la speranza.
L’Italia ha bisogno di una “grande svolta” per rifondare su nuove basi il sistema politico, per riscrivere in modo condiviso le regole comuni, per rinnovare profondamente la classe dirigente, per ritrovare la strada dello sviluppo economico, per riscoprire lo spirito fondativo della Repubblica. Società Aperta ritiene che questi siano obiettivi perseguibili con un’Assemblea Costituente che, grazie al mandato popolare e l’alto valore anche simbolico che avrebbe la sua convocazione 60 anni dopo, disporrebbe dell’autorevolezza e della coesione necessarie a modernizzare seriamente un assetto istituzionale che non risponde più alle attese ed alle esigenze di un Paese che deve riacquisire fiducia e tornare a investire sul futuro.
Certo, l’Assemblea Costituente è quello più impegnativo dell’intera gamma di strumenti istituzionali utilizzabili. E sappiamo che altri, anche tra coloro che hanno aderito a questa nostra iniziativa, hanno in mente – per scelta o per calcolo delle probabilità – strumenti diversi, dalla Convenzione all’Assemblea redigente fino alla Bicamerale, per ottenere gli stessi obiettivi. Non dobbiamo dividerci: quello che conta è essere d’accordo sulla necessità di aprire una fase costituente, gli strumenti sono relativamente secondari.
Noi di Società Aperta ci siamo assunti per primi e in tempi non sospetti la responsabilità di lanciare la proposta dell’Assemblea Costituente. Ora la formalizziamo. E non solo perché la riteniamo la più adeguata e la più evocativa della necessità del cambiamento, ma anche perché – proprio sotto il profilo delle possibilità realizzative – sappiamo che solo un luogo extra-parlamentare, che in questa fase non costringa nessuno all’abiura della propria militanza nelle file della maggioranza e dell’opposizione, è quello che consente l’incontro tra componenti diverse che altrimenti farebbero fatica a dialogare. Ma sappiamo anche che l’unità dei riformatori della Costituzione – cioè di coloro che non ne fanno né un tabù né cartastraccia – è fondamentale, e dunque siamo pronti ad assecondare qualunque altra iniziativa ci assicuri il percorso e gli obiettivi politici che ho cercato di illustrarvi.
E’ proprio a questo fine, per gettare le basi di una grande iniziativa che consenta di aprire una nuova stagione politica dedicata al rilancio del Paese, che Società Aperta ha promosso l’incontro di oggi. L’adesione dei presidenti di sette grandi associazioni imprenditoriali (Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Ania, Confcommercio, Confcooperative, Unioncamere), dei segretari generali di Cisl, Uil e Ugl, e di numerose personalità del mondo economico, culturale e politico, molte delle quali qui presenti, ci fanno sperare che la proposta di legge che ora vi sarà illustrata possa trovare il sostegno di un “comitato promotore”, magari composto dagli stessi aderenti a questa manifestazione, che sappia organizzare una grande raccolta di firme che faccia capire al parlamento e alle forze politiche la necessità e l’urgenza di aprire la stagione riformatrice che noi auspichiamo. L’Italia ha bisogno di una cura (ri)Costituente. Diamogliela. Diamocela.

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario