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Il prezzo del greggio è destinato ad aumentare

Una crisi petrolifera strutturale

Le cause: aumento della domanda, mancanza di capacità produttiva e di raffinazione

di Andrea Marini - 21 giugno 2005

L’era del petrolio sta per finire? Troppo presto per dirlo. Ma un fatto è certo: le nazioni consumatrici di greggio devono iniziare a riconvertire le loro economie in vista di un impiego più efficiente dell’oro nero. Sulle Borse a termine, i prezzi di riferimento (Wti e Brent) hanno sfiorato quota 60 dollari al barile – record storico in termini nominali. Ma cause strutturali lasciano intravedere che questo è soltanto l’inizio.

L’utilizzo di gasolio e diesel continua a salire in maniera costante negli Stati Uniti, di gran lunga i più grandi consumatori di greggio al mondo, nonostante gli alti prezzi e il rallentamento della loro economia; la Cina, la seconda nazione consumatrice, continua a bruciare sempre più combustibile fossile per alimentare il sistema produttivo e incontrare la crescente domanda mondiale di propri beni.

Per questo motivo, il 15 giugno, nell’ultimo incontro dell’Opec (l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), è stato deciso di aumentare la quota di produzione di 500 mila barili al giorno, fino a 28 milioni di b/g. Inoltre, è stato stabilito che, se i prezzi rimarranno a questi livelli nel corso dell’anno, saranno aggiunti altri 500 mila b/g. Ma in realtà, a causa dei numeri “truccati”, l’Opec sta già pompando 28 milioni di b/g, se non 30 milioni.

Peggio ancora, nonostante la retorica, è impossibile mantenere i prezzi bassi, a causa della mancanza di capacità produttiva inutilizzata tra i paesi Opec. Tale “cuscinetto” in passato consentiva di moderare i prezzi quando questi salivano, pompando nel mercato altro greggio. Ma a causa dell’aumento della domanda e della riluttanza dei membri dell’Opec a fare investimenti per mantenere della capacità “inutilizzata”, questo non è più possibile.

Inoltre, le fonti di petrolio non-Opec sono ancora più limitate. In Russia, per colpa delle interferenze governative, l’output non è cresciuto negli ultimi anni. Nelle altre aree del mondo, i pozzi aperti sulla scia delle crisi degli anni ’70, si stanno prosciugando; e le compagnie petrolifere sono costrette a guardare a quelle regioni sottosviluppate dove i rischi politici e legali sono elevati, e dove occorrono ingenti investimenti in tecnologie.

Tuttavia, anche se ci fossero nuove fonti, non è detto che il petrolio sarebbe più economico. Molti produttori – compreso l’Opec – stanno avvertendo che la carenza di raffinerie è un problema più grave di quello della produzione di greggio. Ogni goccia di oro nero che l’Opec già produce in più non è infatti di buona qualità (si tratta di petrolio acido con molto zolfo). Per questo tipo di greggio occorrono raffinerie hi-tech per soddisfare gli standard ambientali dell’Occidente. Ma questo tipo di capacità di raffinazione è adesso al limite: un potenziale collo di bottiglia che lascia i paesi consumatori vulnerabili alle oscillazioni dei prezzi.

Per porre un freno a questa situazione le parole d’ordine sono tre: differenziare le proprie fonti di energia; riconvertire a carbone le nuove centrali sfruttando le innovazioni tecnologiche; sviluppo del nucleare anche con partnership tra diversi paesi. Se non ci sbrighiamo, la macchina dell’economia mondiale rischia di rimanere a secco.

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