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Le risposte alla crisi

Una classe dirigente accecata

Mentre la barca affonda, c’è chi pensa a litigarsi il timone

di Davide Giacalone - 26 maggio 2005

Roba da matti: tutti i giornali parlano della gran lite fra Prodi e Rutelli, dedicando a questo le prime pagine, e sembra incredibile che litighino su chi è il gallo più crestuto, chi il più unitario, senza mai distrarsi con un problema concreto, con un’idea che sia una.

Nel frattempo arrivano i dati dell’Istat, gli ennesimi che raccontano di un Paese fermo, ripiegato su se stesso, incapace, da diversi anni, di guardare con fiducia al futuro. Insomma, la solita zuppa dell’analisi senza proposta (che, naturalmente, non spetta all’Istat fare). Eppure le cose non stanno solo come ripetitivamente ce le raccontiamo. Giuseppe De Rita, per il Censis, la pensa in modo diverso: tutti parlano di crisi, ma pochi si comportano come se ci fosse; s’alimenta un sentimento negativo, si produce sfiducia, ma poi ci si comporta come se non fosse vero. Quindi c’è qualche cosa che non torna, nei conti, e De Rita ripesca un suo antico cavallo di battaglia, il sommerso: guardate che l’economia sommersa, tira, ci dice, non sente crisi, investe, si muove.

Cos’è l’economia sommersa? E’ quel genere di mercato che si sviluppa non rispettando le regole del lavoro e dell’imposizione fiscale. La si può vedere da due lati: nel lato A si trova la sua negatività, visto che non rispettare le leggi non è una bella cosa; ma sul lato B suona la musica di un mercato che non ne può più di essere ammazzato da leggi che pretendono di proteggere e, invece, sopprimono ogni iniziativa.

E chi lavora nel mercato nero? Dalle prime pagine è quasi scomparsa la notizia, ma ieri due persone sono morte e una decina sono disperse (il che vuol dire che assai probabilmente sono morte), nel canale di Sicilia. C’è gente che rischia la vita, la vita, per venire a compartecipare del nostro benessere, per venire ad alimentare anche quel mercato nero che De Rita ci dice tiene ancora in equilibrio la nostra economia. Al fenomeno dell’immigrazione diamo risposte che oscillano fra l’isteria ed il pietismo, perdendo per strada la capacità di riflettere sugli interessi nazionali.

Quegli uomini sono parte di un meccanismo produttivo che funziona. Quegli uomini sono affogati, mentre la nostra classe dirigente è accecata.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario