ultimora
Public Policy

Europee e legge elettorale italiana

Una chance per il nostro paese

Sbarramento o no trasformiamo le elezioni in un’opportunità per la democrazia europea

di Danilo Del Gaizo - 09 febbraio 2009

Più che il dibattito su una modifica della legge elettorale per le elezioni europee è sembrato di assistere alla rappresentazione di un’opera surrealista. La semplice introduzione dello sbarramento del 4%, lasciando intatti i collegi e la possibilità di esprimere le preferenze, costituisce, nelle linee generali, un passo avanti verso il sistema alla tedesca, che molti vorrebbero introdurre nella legge elettorale per il Parlamento nazionale.

Ma, poiché le finalità della modifica legislativa sono altre (ridurre la frammentazione politica, cioè rafforzare i partiti maggiori, togliendo spazio a quelli minori) e in questo caso non si tratta di esprimere la base elettiva del Governo nazionale, tra i suoi oppositori (dichiarati o meno) c’erano proprio quelli che nei mesi scorsi si erano espressi più favorevolmente per quel sistema, mentre a caldeggiare la modifica c’erano quelli che più lo avevano osteggiato, in nome del bipolarismo di facciata ancora in voga in Italia.

Surreali sono stati anche i commenti che hanno accompagnato il voto parlamentare. Gli oppositori interessati, cioè preoccupati di salvare le penne, hanno cominciato a minacciare di uscire dalle giunte locali, per poi smentire di fatto l’affermazione, consapevoli che non sarebbero riusciti a condizionare i propri assessori e consiglieri.
E durante il dibattito parlamentare alla Camera, si sono dichiarati contrari all’emendamento poi approvato, affermando che il Parlamento europeo non sarebbe un’assemblea governativa, ma solo rappresentativa, dimenticando che, se è vero che quel consesso non esprime il Governo dell’Europa, nel senso che non elegge nel suo seno la Commissione europea (limitandosi ad un timido voto di approvazione, che, col Trattato di Lisbona non cambierebbe molto nella sostanza), contribuisce comunque a definire buona parte delle norme che l’Unione europea produce, nonché il bilancio di quest’ultima. I sostenitori della modifica, dal canto loro, non hanno trovato argomenti migliori della necessità di inviare nel Parlamento europeo una rappresentanza italiana più compatta e coesa e di creare (niente meno!) i presupposti per eleggere un Presidente italiano dello stesso Parlamento o di una delle sue Commissioni più importanti.

Poltrone e programmi nazionali, dunque, non politica europea. Se si aggiunge che l’operazione è avvenuta mentre il gioco era già cominciato, a dispetto delle raccomandazioni dell’OCSE e del Consiglio d’Europa (queste sì a ragione ricordate nella discussione parlamentare), non ci si può stupire del fatto che il desiderio di non andare a votare nella consultazione di giugno cominci a crescere anche in un Paese come l’Italia, che in Europa si è sempre collocato nel gruppo di testa della classifica delle percentuali di votanti. Perché, come sempre, i grandi assenti dal dibattito sono proprio gli elettori europei, le disparità tra i quali si accentuano grazie a questa leggina.

In un’Europa nella quale si vota per lo stesso Parlamento con diversi sistemi elettorali e con differenti condizioni di eleggibilità, lo sbarramento sancito dal Parlamento italiano si aggiunge a quelli vigenti in altri Stati europei, senza essere ad essi omogeneo in termini numerici.

Inoltre, mantenendo inalterato il numero elevato di firme da raccogliere per la presentazione delle liste (non a caso abbassato di un terzo per le elezioni politiche, allorché si è introdotto lo stesso sbarramento del 4%, per giunta attenuato per i partiti che partecipano a coalizioni elettorali), raddoppia l’ostacolo da abbattere per fare ingresso nel Parlamento europeo.

Dunque esaspera ulteriormente gli squilibri in un sistema fatto a posta per dare agli europei l’impressione di appartenere a mondi diversi, privando di significato il concetto di cittadinanza europea. Di un sistema nel quale la probabilità di essere eletti aumenta o diminuisce in base al luogo ove si concorre alle elezioni e nel quale il voto di un olandese vale più di quello di un francese o di un italiano.

Ma se è questo lo scopo, astenersi significherebbe soltanto assecondare la strada che la maggioranza del Parlamento italiano, troppo occupata a guardare l’ombelico degli interessi nazionali, ha scelto ancora una volta di percorrere, al pari degli omologhi partner degli altri Stati membri.

Mentre le elezioni del giugno 2009, ad onta della babele di leggi e sistemi elettorali nella quale si svolgeranno, daranno agli europei un’occasione unica per marcare nettamente il proprio dissenso da chi pretende di governare l’Europa in questo modo: ciò che gli elettori francesi, olandesi, irlandesi, hanno già fatto in ordine sparso, bocciando la ratifica dei trattati di Roma e Lisbona, è ora possibile fare parlando all’unisono la stessa lingua della democrazia. La soluzione è semplice. Basta aiutare a presentarsi e votare chi ha a cuore la sorte della democrazia europea, anziché chi vede nelle elezioni europee un semplice test della propria popolarità o della propria sopravvivenza politica.

1 http://www.coe.int/T/I/Com/Dossier/Tematiche/Elezioni/; http://www.venice.coe.int/docs/2002/CDL-EL(2002)005-e.asp

2 http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=2290

3 http://www.europarl.europa.eu/elections2004/ep-election/sites/it/yourparliament/turnout/


Pubblicato su Newropeans Magazine

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario