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Autogrill e il capitalismo impresentabile

Una case history da ricordare

L'azienda dei Benetton esempio di gestione efficiente. Peccato che non siano tutti così...

di Enrico Cisnetto - 11 giugno 2007

Se quella di Autogrill fosse una chase history comune, il capitalismo italiano non sarebbe né “impresentabile” (Fausto Bertinotti) né “da Chicago anni Venti” (Guido Rossi). Stiamo parlando di una società a controllo nazionale, per di più ex pubblica, che opera in un settore concorrenziale come quello dei servizi di ristorazione e duty-free in aeroporti, autostrade e stazioni ferroviarie, e che in soli 10 anni è riuscita a diventare la più importante multinazionale italiana, più piccola dell’Eni – che peraltro ha una storia pluridecennale – ma con un “peso” del fatturato estero enormemente superiore (oltre due terzi) rispetto al business tricolore. Al quale l’azienda controllata dai Benetton e guidata dal bravissimo Gianmario Tondato, ha saputo aggiungere un portafoglio di 50 brand – di proprietà e in licenza – presenti in 32 paesi nei 5 continenti. Nel 2006, il suo giro d’affari ha sfiorato i 4 miliardi di euro, in crescita dell’11,3% rispetto al periodo precedente, ma soprattutto quadruplicato rispetto al 1997 (anno della sua quotazione in Borsa), quando avendo acquisito Sogerba in Francia e Wienerwald restaurant in Austria e disponendo di Autogrill Espana, Autogrill Deutschland e Autogrill Hellas il giro d’affari estero arrivava appena al 6,5%.

Fu allora che il processo di internazionalizzazione – continuato con lo sbarco in grande stile negli Usa (opa amichevole da quasi mille miliardi di vecchie lire sulla Host Marriott Services) che nel 2000 gli fece raddoppiare il fatturato, fino a portare agli acquisti della spagnola Aldeasa, della belga Carestel, e della divisione ristorazione aeroportuale della canadese Cara – divenne la stella polare della strategia del gruppo. Ed è notizia di venerdì che Autogrill è salita al 62,4% dell’inglese Alpha Airport, azienda che vanta 200 punti vendita in 81 scali di 17 paesi. Così, completata con un’opa questa operazione, in Europa il contributo inglese ai ricavi di Autogrill sarà secondo solo a quello italiano, e il fatturato consolidato arriverà a oltre 5,7 miliardi di euro, ben il 17% dell’intero business mondiale della ristorazione e del commercio da viaggio. E’ un miracolo, quello di Autogrill? No, è solo il felice risultato del combinato disposto di una serie di ingredienti. A cominciare da un azionista come il gruppo Benetton, che una volta investito con sapienza il capitale iniziale si è fin da subito affidato ad management, quello guidato da Tondato, che ha saputo lavorare sodo senza cercare la passerella sotto i riflettori. Ma trasformare una rendita di posizione nazionale in un’impresa che esporta il made in Italy, e nello stesso tempo preserva le specificità altrui – si pensi alla credibilità guadagnata a livello internazionale dall’accordo con un marchio storico come Starbucks – è stato possibile sapendo dosare, per lo shopping, l’autofinanziamento e un debito che non costringesse a varare continui aumenti di capitale, insomma rischiando molto ma senza per questo mai fare il passo più lungo della gamba.

La storia, anche recente, dell’imprenditoria italiana è piena di gravi errori, qualche volta di veri e propri scempi. Ma il caso Autogrill dimostra che una gestione efficiente, discreta, lungimirante e soprattutto con orizzonte mondiale, rende possibili risultati inimmaginabili. Nell’Italia del “piccolo è bello”, Autogrill continuerà a fare corsa a sé?

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