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La proposta di Draghi non cada nel vuoto

Una Borsa unica per la Ue

Federare i principali mercati azionari dell'Ue sarebbe un toccasana per i listini

di Enrico Cisnetto - 13 marzo 2006

Trasformare la Borsa italiana in un campione europeo. La proposta del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di federare orizzontalmente i principali mercati azionari dell’Unione Europea – lanciata nel suo primo intervento pubblico, ma passata quasi inosservata – è un’ottima idea, che consentirebbe un aumento della forza di attrazione dei listini nonché migliori condizioni di liquidità dei mercati nazionali, grazie ai vantaggi informativi. Anche se non del tutto coraggiosa, perchè per creare un reale competitor di Wall Street c’è bisogno di un vero e proprio listino unico. Già tre anni fa, di fronte alle continue voci di opa ostili tra le diverse Borse continentali, avevo indicato la necessità di superare conflitti e campanilismi dando vita a quello che potremmo chiamare “Nuovo Mercato Europeo” (NME).

Tuttavia, la proposta “federativa” di Draghi, oltre a dare una mano a Piazza Affari nel processo di modernizzazione del nostro sistema finanziario, avrebbe il pregio di una gradualità meno aggressiva – le resistenze, politiche e corporative, sono tante – e potrebbe comunque essere considerata un primo passo verso il “mercato unico”, che a quel punto con il 26% di capitalizzazione diventerebbe secondo nel mondo dopo Wall Street (55%), superando Tokyo (10%) e il totale dell’Asia (16%). Non proprio un confronto alla pari con gli Usa, quindi, ma comunque un ottimo inizio rispetto alla fotografia del mercato attuale, che presenta realtà nazionali piuttosto ridotte, con Londra al 10,6% della capitalizzazione mondiale, Parigi al 4%, Francoforte al 2,9% o, peggio ancora, Milano all’1,6%. E’ dai tempi del varo dell’euro che il mercato europeo attende fiducioso questa concentrazione dei listini, ma la tendenza nazionale a scalarsi gli uni con gli altri finora ne ha impedito la realizzazione.

Esempio principe la Borsa di Parigi, che ha già compiuto numerose aggregazioni, creando una federazione (Euronext) con le piazze di Amsterdam, Bruxelles e Lisbona, e che di recente ha respinto numerosi tentativi di takeover da parte di Deutsche Börse. Ed è proprio questo pensare in piccolo, unito alla debolezza finanziaria degli stati nazionali dell’Ue, a rendere il progetto dell’Euroborsa tanto necessario quanto strategico. Cui dovrebbe far seguito una Consob unica, anche se non è difficile immaginare quanti ostacoli incontrerebbe un simile passaggio, visto l’attuale precario stato d’integrazione comunitaria. Ma come si fa a mettere in moto questo processo di aggregazione? Sperare in Bruxelles sarebbe inutile, anche se l’NME rappresenterebbe un passo fondamentale verso gli Stati Uniti d’Europa.

Dunque, è bene che ci provino i vertici delle singole Borse. Cominciando da Londra (prima che decida di fondersi con il Nasdaq americano), anche se logica vorrebbe che l’Euroborsa comprendesse i soli Paesi che hanno scelto la moneta unica. Forse la strada meno impervia potrebbe essere quella di arrivare ad un mercato unico di Eurolandia, che poi si federa con il London Stock Exchange, che tra l’altro ha complicazione di essere quotato (a proposito, pessima questa moda delle Borse che quotano se stesse, sottoponendosi ad uno “stress” da spasmodica massimizzazione del profitto che certo non rende più facili e meno costose le ipo). Datevi da fare, prima che sia troppo tardi.

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