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Le nuove sfide del settore agricolo italiano

Una battaglia epocale

“Agenti del cambiamento”e conservatori: i due fronti contrapposti che si sfidano sull'agricoltura in Italia

di Enrico Cisnetto - 26 marzo 2010

Pochi se ne sono accorti, ma intorno all’agricoltura italiana si sta svolgendo una battaglia epocale. Non solo perché essa vale oggi quasi 30 miliardi di euro, che diventano otto volte di più, arrivando così al 15% del pil nazionale, se si considera l’intera filiera agro-alimentare dalla produzione alla distribuzione. Ma anche perché la Fao stima che per soddisfare le esigenze alimentari dei 9 miliardi di persone che nel 2050 popoleranno il pianeta la produzione agricola mondiale dovrà aumentare del 70% rispetto a quella di oggi. E perché con il 2013 si chiuderà la stagione della politica agricola comunitaria (la cosiddetta PAC) e nulla sarà più come prima. Insomma, in uno scenario di enormi e crescenti interessi e in un quadro di mercato e normativo destinato a mutamenti profondi, in Italia si ritrovano in una competizione senza precedenti due realtà che, per mentalità e interessi rappresentati, sono ormai inesorabilmente contrapposte. Da un lato c’è un mondo molto variegato, che politicamente va da sinistra a destra (e viceversa) e che addirittura attraversa la Lega dividendola, in cui militano i protagonisti della conservazione dell’esistente.

C’è un po’ di tutto: dai cultori dell’agricoltura bucolica, che dietro la battaglia (sacrosanta) per il made in Italy nascondono posizioni di retroguardia sul terreno della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica tipo “no agli OGM”, alla casta della burocrazia che vive dentro e intorno all’elefantiaca articolazione del sistema agricolo nazionale, che non a caso conta 1,2 milioni di addetti su un totale di un milione e mezzo di agricoltori (quasi un rapporto di 1 a 1). I nomi? Lo Slow Food di Carlin Petrini e le altre organizzazioni che vorrebbero un’agricoltura ridotta alle produzioni di nicchia.

Alcune associazioni di consumatori e la Coldiretti, che tale ormai è diventata avendo perso la caratteristica di organizzazione rappresentante degli imprenditori agricoli. E poi alcuni battitori liberi come il mio amico Mario Capanna, che ha trovato un nuovo modo di essere contro i padroni attaccando le multinazionali del transgenico, e alcune associazioni ambientaliste di stampo integralista. Politicamente un fronte che abbraccia, e qualche volta integra, la sinistra movimentista, l’ambientalismo duro e puro e quello radical-chic all’insegna del massimalismo stile “nimby”, i giustizialisti-populisti sempre in cerca di un nemico, i cattolici integralisti delle due sponde, la destra sociale e una parte della Lega, quella che ha radici nel provincialismo e nell’avversione alla modernità, con il testa il ministro (uscente?) Zaia, che non a caso ha fatto la sua campagna elettorale per il Veneto all’insegna del no al nucleare e no agli OGM. Insomma, quel partito trasversale che al giallo delle magliette gialle della Coldiretti mischia il rosso-verde di sinistra e il nero-verde di destra. Dall’altra parte, ci sono tutti coloro che se non temessi equivoci definirei riformisti, e che forse è meglio chiamare “agenti del cambiamento”.

Sono i favorevoli ad un’agricoltura intensiva, cui applicare la scienza e la tecnologia, organizzata in modo industrializzato, fortemente di mercato (internazionalizzata e non di solo auto-consumo), verticalizzata nella filiera che comprende l’industria alimentare e la grande distribuzione, e che viceversa sono una concezione dell’agricoltura di nicchia, fai-da-te e del baratto. Una scelta che rappresenta la “via pragmatica” alla trasformazione del primario, contro gli opposti estremismi del “protezionismo assistenziale” alla francese e del “localismo terzomondista” che magnifica le marmellate biologiche vendute a prezzi astronomici ai banchetti delle sagre paesane come nelle boutique del cibo per borghesi snob.

Per questo Confagricoltura ha lanciato un progetto, elaborato con Nomisma, che prevede la creazione di una società commerciale capace di aggregare aziende per un totale di 350 mila ettari e un giro d’affari di mezzo miliardo di euro e che richiede al legislatore di adeguare la normativa per il consolidamento e lo sviluppo delle imprese agricole, per ridurre i costi, razionalizzare gli aiuti, per semplificare gli adempimenti (in particolare in materia di Iva). Una proposta che andrà letta nei dettagli e metabolizzata, perché può rappresentare nel vecchio mondo della terra una vera e propria rivoluzione copernicana.

Sulla quale c’è da scommettere che si scateneranno molte fatwe (come quella di Coldiretti nei confronti dei piani di riconversione degli zuccherifici falliti), ma sulla quale c’è da registrare una convergenza del mondo industriale e finanziario più attrezzato e avveduto. Sarà una dura battaglia.

Pubblicato su Il Foglio

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