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Public Policy

Il no francese all’Europa

Un utile schiaffone

Scontiamo la mancanza di un’identità culturale comune. Ora deve aprirsi una riflessione “senza confini”

di Alessandro Vaccari - 30 maggio 2005

Colpiscono i commenti passionali che accompagnano la vittoria del No al referendum francese sulla Costituzione europea, almeno quanto l’enfasi che ha contraddistinto negli ultimi due anni non pochi passaggi dell’unificazione e dell’allargamento. E’ assolutamente legittimo e giustificato il voto francese, un voto che chiama alle proprie responsabilità tutti i governi europei, sia quelli dei Paesi fondatori sia quelli dei “nuovi”.

Pochi infatti hanno riflettuto sulla mancata identità culturale europea, pensiamo solo alle sterili polemiche che hanno accompagnato il (temporaneo) accantonamento del nostro idioma dalle conferenze stampa ufficiali, con Primi ministri e ambasciatori che accusavano di lesa maestà Bruxelles solo per aver deciso, per ragioni pratiche, di ottimizzare la comunicazione con le lingue maggiormente diffuse. Ma ci rendiamo conto della Babele di lingue e linguaggi che sottende ai 25 Paesi che attualmente compongono l’Unione? Ci ricordiamo che a ciascuna lingua corrisponde sempre una storia, una cultura, un’idea, un’identità? Solo nel campo del diritto del lavoro ci sono differenze abissali difficilmente colmabili, sistemi di welfare che riflettono storie assolutamente differenti, sistemi di tassazione – e naturalmente conseguenti servizi – che variano di oltre trenta punti percentuali da una nazione all’altra.

Per realizzare una vera Unione bisognava – contestualmente alla necessaria realizzazione dell’Unione monetaria – avviare un articolato e massiccio processo di confronto e contaminazione culturale, favorire scambi e conoscenze di identità, elaborare un programma didattico in tutte le scuole dell’Unione (già a livello di scuola elementare) che realizzasse quel minimo comune denominatore che avrebbe consentito un primo vero “sentire” comunitario. Quanti di noi conoscono anche solo i nomi delle capitali delle Repubbliche Baltiche? Certamente pochi. Perché di Europa nel Vecchio Continente si parla sempre ed esclusivamente con parametri economici, viene chiamata in causa solo per deficit e Pil oppure per ottenere finanziamenti; le sentenze della sua Corte Suprema di Giustizia giacciono inascoltate, mentre i maggiori finanziamenti sono assorbiti dal settore agricolo, una vera e propria fucina di applicazione dei peggiori interessi nazionali(stici).

Il no deve essere interpretato come un invito alla riflessione, non basta invocare radici cristiane per condividere un destino con altri popoli, il cammino da intraprendere deve essere culturale, bisogna promuovere scambi tra i giovani, incroci tra Università, favorire la mobilità lavorativa transnazionale, attivare tutti i fattori di scambio e trasferimento di conoscenza in modo da condividere problemi e valori. Tanti sono stati, negli ultimi cinquant’anni, gli stop and go del processo di costruzione europea, ad essi spesso hanno fatto seguito periodi di grande slancio, quale potrebbe essere quello causato dal dibattito, per la prima volta vero e “senza confini”, al quale oggi stiamo assistendo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario