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L’Italia deve seguirne l’esempio e profittarne

Un treno da prendere al volo

Sotto la guida della Merkel l’economia riparte e il Paese è di nuovo leader in Europa

di Enrico Cisnetto - 03 febbraio 2006

Meno male che la davano per spacciata. La Germania non solo è ormai fuori dal tunnel, ma viaggia a una velocità che l’Italia può solo sognare. Lo dicono gli indicatori economici, a cominciare dal pil in aumento nel 2005 dello 0,9% (mentre l’Italia è intorno a zero), ma lo testimoniano anche la credibilità subito conquistata dal governo di Grosse Koalition e la straordinaria immagine internazionale acquisita da Angela Merkel, oggi vero leader dell’Europa insieme a Tony Blair. Berlino si candida, come scrive giustamente Beda Romano nel suo libro “Germania, questa sconosciuta”, appena uscito per Longanesi, a “tornare un punto di riferimento irrinunciabile per gli altri paesi europei”.

Partiamo dalla congiuntura. L’indice Zew, che misura la fiducia di investitori e analisti, a gennaio è salito al massimo degli ultimi due anni, mentre l’Ifo di gennaio sull’andamento dell’economia ha raggiunto il nuovo tetto dal 2001, riguadagnando i livelli pre-crisi. Ma il dato più siginficativo è quello dell’export, l’architrave su cui la Germania sta costruendo il suo rilancio: +6,2% la crescita l’anno scorso, altrettanto se non meglio quest’anno, con la bilancia commerciale (13,3 miliardi di surplus a novembre) che presenta il saldo più alto degli ultimi quindici anni. Di fronte a questi dati, il governo federale – di norma più cauto di quello italiano nelle previsioni – ha alzato le attese del pil 2006 a + 1,4%. Ma la cosa più importante è che il barometro politico-economico tedesco volge al bello non per un semplice “rimbalzino” tecnico dopo gli anni di crisi, bensì per ragioni strutturali. E’ il risultato di un lungo periodo di riorganizzazione del capitalismo renano, avviato da Schroeder e rilanciato dalla Merkel: un piano basato sulla delocalizzazione ad est del manifatturiero più povero per abbassare il costo del lavoro per unità di prodotto, e contemporaneamente sul rafforzamento dei grandi gruppi per competere sul terreno della tecnologia conquistando quote di mercato crescenti nell’interscambio mondiale, il cui prezzo è sì stato il livello record di disoccupati (cinque milioni, l’11,3% della forza lavoro) – assorbito dal welfare anche a costo di cinque anni di sforamento dei parametri Ue – ma a fronte del vantaggio di un nuovo modello di sviluppo, fondato molto più sull’offerta (alto di gamma della grande manifattura) che sulla domanda interna. Un sistema economico che, quando sarà a regime, consentirà anche di riassorbire la disoccupazione e di rilanciare i consumi.

E veniamo alla politica. In poco più di tre mesi, le attese circa le capacità di tenuta della coalizione tra Cdu e Spd e la fiducia nel “merkelismo” sono così cresciute che sembrano aver contagiato anche l’Unione europea e i partner internazionali. Come si è visto sulla passerella di Davos, la Merkel ha dimostrato che la “nuova” Germania sa recitare un ruolo da protagonista: sulla scia del suo maestro Helmut Kohl, e forte delle capacità moltiplicate del governo di unità nazionale, la Merkel ha riposizionato la Germania verso il centro, dandole così una maggiore forza contrattuale. Ha mostrato grandi doti di mediazione nel far arrivare l’Ue all’accordo di dicembre sul bilancio, per poi inaugurare un lavoro di ricostruzione diplomatica con Washington e di raffreddamento controllato con Mosca.

In questo quadro, viene da chiedersi perchè l’Italia continui a ignorare il suo declino strutturale, considerandosi meglio posizionata della Germania (sic), e a guardare con distacco e puzza sotto il naso l’esempio della Grosse Koalition. Eppure, alla faccia del nostro bipolarismo straccione, l’economia italiana avrebbe soltanto da guadagnare dal boom tedesco. Con la Germania che ha ripreso a correre, infatti, i maggiori candidati a staccare un grosso dividendo di crescita siamo proprio noi, che dei tedeschi siamo sempre stati grandi fornitori. Potremmo invertire la tendenza della bilancia commerciale, che segna rosso per 8,3 miliardi di euro, ma soprattutto quella delle quote di mercato, che diminuiscono perché le importazioni salgono meno dell’incremento complessivo del commercio mondiale. Così come potremmo ridurre il gap nel settore ricerca e innovazione, dove ammonta a 500 miliardi di euro il ritardo italiano rispetto a Berlino. Mentre l’Italia langue in diciassettesima posizione, i tedeschi hanno scalato la classifica nell’Ue25 fino a occupare la quarta posizione. Per salire in corsa sul treno tedesco, però, occorre un piano bipartisan di politica economica e industriale. C’è una Merkel italiana?

Pubblicato sul Foglio del 3 febbraio 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario