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Fondi europei

Un tesoretto da usare per lo sviluppo

Un "ulteriore sforzo" in Italia e andiamoci a prendere i soldi in Europa

di Enrico Cisnetto - 18 marzo 2014

“Ulteriore sforzo” è l’eufemismo utilizzato dalla Commissione Europea per raccomandare all’Italia un diverso atteggiamento per l’utilizzo dei fondi strutturali europei per il periodo 2014-2020. Una richiesta che sarebbe bene non ignorare, considerato che il settennio 2007-2013 si è chiuso con i peggiori risultati di sempre: 30 miliardi non spesi e una lunga sequenza di ritardi, errori e truffe. Di fronte alla critica condizione dei conti pubblici e alla conclamata incapacità di accedere ai finanziamenti, la Commissione europea ci ha anche concesso, con una deroga “emergenziale” e un po’ compassionevole, di usare per finanziare la cassa integrazione o la social card soldi che erano lì ad ammuffire. Una condizione che, però, non deve ripetersi per il settennio appena iniziato. Al riguardo Bruxelles ha specificato chiaramente che i fondi sono destinati a finanziare nuovi progetti per lo sviluppo e nuova occupazione; insomma, non per tappare i buchi, ma per nuovi investimenti.

A questo scopo entro il 2020 potrebbero arrivare dall’Ue 31,7 miliardi di euro (di cui 19 dal Fondo Sociale e 12,7 dal Fondo per lo Sviluppo Regionale), una cifra che raddoppia con gli obbligatori cofinanziamenti nazionali ai progetti. Se a questi si sommano poi i 54 miliardi incardinati dalla legge di Stabilità del 2013 nel Fondo Sviluppo e Coesione, nel complesso si raggiungono circa 100 miliardi di euro spendibili in 7 anni, per una media di oltre 14 miliardi l’anno. Altro che “tesoretto”: qui siamo di fronte ad un’occasione per cambiare davvero il “verso” delle cose e rilanciare crescita e occupazione. Ecco perché il governo di Matteo Renzi non deve ignorare l’allarme lanciato dalla Commissione, che ha specificato che “l’Italia non ha ancora presentato il suo accordo di partenariato ufficiale per la programmazione 2014-20” e che la bozza arrivata a Bruxelles (iniziata da Barca e conclusa da Trigilia nel 2013) è “incompleta, lontana dai livelli di maturità richiesta” e oggetto di 351 rilievi per “lacune informative, logica debole, assenza completa di un’analisi della capacità amministrativa”. Insomma, il documento andrà riscritto da capo. Solo che siamo già nel 2014 inoltrato e non possiamo davvero permetterci altri ritardi.

Nel frattempo, il ministero della Coesione è tornato ad essere un dipartimento di Palazzo Chigi ed è nata l’Agenzia per la coesione territoriale, con lo scopo di facilitare il recepimento dei fondi strutturali europei. Adesso però, al di là delle targhette, è necessario muoversi, perché se è vero che da un lato siamo vincolati a non sforare il limite del 3% del rapporto deficit/pil, dall’altro l’Unione europea ci offre una ghiotta occasione di rilancio, utile affinché le istituzioni continentali non siano percepite solo come astratte tecnocrazie sostenitrici dell’ideologia del rigore e delle tasse. Un pieno utilizzo dei fondi strutturali europei crea lavoro, riduce le spese per gli ammortizzatori sociali, spinge i consumi, aumenta il pil e, di conseguenza, le entrate fiscali. Di fronte a tale circolo virtuoso si potrebbe poi anche puntare ad escludere le quote di cofinanziamento italiano dai calcoli del deficit pubblico, attraverso quella che si chiama la “golden rule”. I soldi ci sono, ma sono Bruxelles. Un “ulteriore sforzo” e andiamoceli a prendere. (twitter @ecisnetto)

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