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Il Dpef e l’aggravarsi della crisi politica

Un tesoretto da spartirsi in troppi

Padoa-Schioppa sempre più solo a predicare rigore. Lo mollerà anche Prodi, prima o poi.

di Enrico Cisnetto - 15 giugno 2007

L’aggravarsi della crisi politica è misurabile attraverso il Dpef. L’anno scorso il documento di programmazione economica è stato redatto senza troppa difficoltà da Tommaso Padoa-Schioppa secondo alcune (giuste) linee di tendenza – prima fra tutte la riduzione e riqualificazione della spesa pubblica – salvo poi costringere lo stesso ministro, da parte della componente massimalista della maggioranza, a rinnegare quei principi, inducendolo ad una Finanziaria “eccessiva” (ma quella dimensione continuo a considerarla positivamente, perchè ha consentito di ridurre il deficit senza mortificare la crescita, che è e rimarrà troppo bassa per altri motivi, a cominciare dalla lentezza della riconversione dell’apparato produttivo). Quest’anno, invece, lo scontro interno al centro-sinistra è anticipato, e toccherà l’apice proprio sui contenuti del Dpef, occasione ghiotta per vittorie e rivincite simboliche, ma soprattutto per condizionare fin d’ora la prossima Finanziaria, ad iniziare dalla “spartizione” del “tesoretto”.

E se nel 2006 la battaglia fu durissima, nonostante il Governo fosse appena formato – tanto che si arrivò alla crisi e al Prodi bis – ora si preannuncia esiziale, specie dopo il logoramento cui l’esecutivo si è sottoposto. Anche perchè l’anno scorso lo scontro fu sulla quantità dei “sacrifici” e la loro distribuzione – cui Padoa-Schioppa costrinse, seppure solo per il tramite di maggiori entrate, agitando lo spauracchio delle sanzioni di Bruxelles – mentre oggi si è trasferito sulla redistribuzione, alle cui (presunte) benemerenze neppure i riformisti (sempre meno tali) vogliono assolutamente rinunciare. E che Padoa-Schioppa sia rimasto solo nel governo lo dimostra il crescendo rossiniano degli altolà europei (Commissione, Bce) e degli organismi internazionali (Ocse, Fmi) a spendere un extragettito ancora aleatorio (ci sono timori sul tfr), di cui non si conosce a quanto ammonti la parte strutturale e che nel frattempo viene “mangiato” dalla crescita degli oneri sul debito dovuta all’aumento dei tassi d’interesse (4 milioni di euro in più ogni quarto di punto).

Quello del ministro dell’Economia è dunque un isolamento “virtuoso”, anche perchè si ha la netta impressione che la Ue e i paesi più forti – spaventati dalla piega che ha preso la “crisi della politica” in Italia – siano decisi, assai più che in passato, a imporci l’out-out tra scelte rigorose e lo sbatterci fuori dall’euro. In Europa – alla Bundesbank, che rimane pur sempre l’azionista di riferimento della Bce, come nelle principali cancellerie – si pensa che in Italia stia morendo sul nascere il processo appena avviato di risanamento della finanza pubblica, e qualcuno potrebbe pensare di rivedere le regole di Maastricht in senso più restrittivo sul piano del debito (tempi più accelerati e certi di rientro), magari in cambio di maggiore libertà sul fronte del deficit da investimenti. Ma a Padoa-Schioppa sarà sufficiente lo “scudo europeo” per resistere alle pressioni, che in questo caso si sommano, tra chi vuole fare equità sociale (la sinistra antagonista, in debito di consenso dopo il flop della manifestazione anti-Bush) e chi vuole recuperare il rapporto con i ceti medi e gli operatori economici abbassando le tasse (il resto del centro-sinistra)? L’impressione è che il primo a mollarlo sarà lo stesso Prodi, la cui voglia di durare lo spinge ad approfittare della contemporanea tendenza a spendere delle due anime della maggioranza. A dimostrarlo è il rinvio deciso sulla questione previdenziale, terreno su cui il ministro dell’economia voleva portare a casa un qualche risultato prima della via crucis del Dpef. Ora i tempi si fanno stretti: il 21 giugno si saprà l’esito dell’autotassazione, il 25 ci sarà un vertice di maggioranza su come usare il (presunto) “tesoretto” e il 28 il consiglio dei ministri dovrà varare il Dpef. Prima e dopo questi appuntamenti il rituale del confronto con le parti sociali, che dai vari “tavoli” di questi mesi non ha consentito di cavare un ragno dal buco, come ha denunciato il presidente di Confcooperative Luigi Marino. Il tutto mentre la produzione industriale nel primo semestre sta crescendo poco sopra l’1% (la Cina viaggia a +18%!), il che presumibilmente farà mantenere sotto il 2% la crescita a fine anno del pil (che efficacemente il presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini, ha ribattezzato “prodotto interno lento”).

Dunque, a Padoa-Schioppa non rimane che un’arma: dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, sulla reale condizione del Paese. E poi ognuno si assumerà le proprie responsabilità.

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