ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Un tavolo di negoziazione inesistente

La Cgil nella parte del “testiculus”

Un tavolo di negoziazione inesistente

Riforma del modello contrattuale: ancora una farsa

di Davide Giacalone - 16 aprile 2009

Si è ripetuta la scena dello scorso 22 gennaio, con Cisl, Uil ed Ugl che firmano la riforma del modello contrattuale, mentre la Cgil si presenta, ma guarda. Allora si approvò lo schema generale, riguardante tutti i lavoratori, privati e pubblici. Ieri si è firmata la parte relativa ai primi, mentre a breve andrà in onda la replica, per i secondi. Guglielmo Epifani ed i suoi si sono scelti un ruolo originale.

I latini chiamavano “testiculus” il testimone non partecipante. Per via animista si spiega l’etimologia che genera il nome di ciò che oggi può denominarsi anche in altri modi, ma ben definisce il ruolo, non certo invidiabile, di assistere a quel di cui non si gode.

Fummo facili indovini, commentando la manifestazione romana del 4 aprile scorso, quando la Cgil sostenne di avere radunato un numero di persone pari ai cittadini di Roma (prenderanno il Nobel per la fisica, o l’Oscar per la battuta), chiedendo a gran voce di avere “un tavolo”. Scrivemmo: hanno giocato una partita politica nella sinistra, hanno suturato le loro divisioni interne, ma accresceranno il loro isolamento. Così è andata, e non solo gli altri firmano, lasciandoli guardoni, ma affrontano lo scontro senza grandi timori.

Raffaele Bonanni, capo della Cisl, è stato ruvido: in termini di lavoratori attivi abbiamo più iscritti della Cgil, e sommati agli altri firmatari la sovrastiamo senza problemi. Peccato si tratti di una guerra fra poveri di rappresentatività, visto che tutti messi assieme hanno un numero d’iscritti che non arriva ad un quarto dei lavoratori, mentre il perfido riferimento agli “attivi” si riferisce al fatto che la maggioranza degli iscritti sono pensionati. Cosa che riguarda la Cgil, ma anche gli altri.

E non basta, perché sempre Bonanni ha accusato, senza mezzi termini, sia Epifani che Giorgio Cremaschi, segretario della Federazione italiana operai metalmeccanici, di strizzare l’occhio alle violenze sui manager, giustificandone il sequestro. S’è innescata una rissa verbale, nel corso della quale, però, non ho ancora sentito dire: sequestrare delle persone è un reato.

La Cgil chiede, per contrastare i colleghi, che gli accordi firmati siano sottoposti a referendum, presso i lavoratori. Procedura che sembra democratica e, invece, non è ragionevole. Si tratta, infatti, non di contratti, ma di modelli, sulla base dei quali, con una sperimentazione che durerà quattro anni, si dovranno definire le norme ed il trattamento economico per ciascun comparto e categoria. Posto che alcuni firmano ed altri testimoniano dissentendo, che lo fanno a fare il referendum, per far cambiare idea agli uni od agli altri? Allora tanto vale, come si diceva un tempo, che i sindacati si “sciolgano nel movimento”, rinunciando a quel che resta della loro funzione.

Il nuovo modello, superata la sperimentazione, prevede che la durata dei contratti sarà di tre anni, sia per la parte retributiva (che prima durava due) che per quella normativa (che prima ne durava quattro). Ripone fra i ferri vecchi l’inflazione programmata e stabilisce di calcolarla sulla base dell’indice armonizzato europeo, depurato dei prezzi energetici importati, e delegando l’elaborazione ad un soggetto terzo.

La novità più importante, però, è l’accresciuto peso della contrattazione di secondo livello, vale a dire che al contratto nazionale si deve aggiungere l’integrazione fatta a livello territoriale, od aziendale, cercando di premiare il più possibile la produttività, a discapito della rigidità. Questa è la scommessa modernizzatrice, con tutti gli attori, sindacati compresi, che si giocano il ruolo ed il futuro. Pubblicato da Libero di giovedì 16 aprile 2009

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario