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Public Policy

In gioco il destino dell’Unione Europea

Un solo no, due certezze

Le reazioni al voto irlandese

di Danilo Del Gaizo - 20 giugno 2008

Dal No irlandese scaturiscono due certezze sul futuro dell’Europa. La prima, immediatamente sottolineata dal Presidente dell’Eurogruppo, Claude Juncker, è lapalissiana: il Trattato di Lisbona non entrerà in vigore il 1° gennaio 2009. La seconda certezza è forse meno scontata, ma, sul piano politico, induce le riflessioni più allarmanti: in attesa del Consiglio di Bruxelles, i due tipi di reazioni con le quali istituzioni comunitarie, partiti e governi nazionali hanno accolto il risultato del referendum appaiono caratterizzati da un’analisi del tutto superficiale delle cause del voto e da una preoccupante tendenza a nascondere la testa sotto la sabbia.

Questa tendenza è particolarmente palese nella posizione di quanti propongono di continuare con il processo di ratifica, lasciando l’Irlanda, e chiunque non ci sta, fuori dalla porta dell’Unione, o comunque ipotizzando un nuovo referendum all’esito della auspicata ratifica da parte di tutti gli altri Stati, e stigmatizzano lo scarso peso della popolazione irlandese nello scacchiere continentale o la sua ingratitudine verso l’Europa. Contraddicendo, così, le stesse disposizioni del Trattato, che prevedono la sua entrata in vigore solo a seguito della ratifica di tutti i 27 Stati membri, indipendentemente dal rispettivo peso demografico.

Dimenticando che gli elettori irlandesi sono stati chiamati legittimamente ad esprimersi sulla base di una disposizione costituzionale in vigore nel loro Stato e in applicazione di un meccanismo pienamente accettato dagli altri partner europei. E, soprattutto, rifiutando di mettere in relazione l’esito del referendum irlandese con quello delle analoghe consultazioni francese ed olandese che nel 2005 respinsero la ratifica del Trattato sulla Costituzione europea, del quale il Trattato di Lisbona non è che l’edizione tascabile.

Ma lo stesso rifiuto di capire si manifesta, in modo più sottile, anche nella posizione di coloro i quali, pur respingendo drastiche misure di esclusione nei confronti di chi si oppone alla ratifica, ritengono che, per andare avanti, basterà comunicare meglio con gli europei e far sì che l’Unione si occupi di problemi più concreti e vicini agli interessi della gente, come la diminuzione del potere di acquisto dei salari, la sicurezza, l’approvvigionamento dell’energia.

Entrambi gli atteggiamenti, infatti, non pongono minimamente in discussione né il metodo col quale si pretende di continuare a costruire l’Unione europea: il vecchio metodo intergovernativo che aveva un senso subito dopo la guerra e prima della caduta del Muro di Berlino e che non ne ha più alcuno oggi, in un’Europa senza frontiere nazionali, con una moneta unica, costellata di città che si rassomigliano sempre di più, nella quale circolano cittadini sempre più simili, con gli stessi problemi, le stesse speranze e le stesse frustrazioni; e di giovani per i quali tutto questo è naturale e naturalmente lontano dal terrore e dalle preoccupazioni che spinsero i loro padri e i loro nonni a costruire l"edificio europeo. Né il contenuto dei Trattati che quella stessa logica intergovernativa continua a produrre: nei quali - come dimostra Giuseppe Guarino, insigne costituzionalista e più volte Ministro della Repubblica italiana, nel suo libro “Ratificare Lisbona?”, di prossima pubblicazione - si spaccia per semplificazione del processo decisionale e per allargamento della democrazia l"assoluta concentrazione del potere nelle mani di una Commissione estranea al Parlamento e che non risponde politicamente agli elettori, totalmente priva dei requisiti minimi di legittimazione democratica richiesti a qualsiasi governo, parlamento o istituzione locale dei 27 Stati membri.

C’è qualcosa di insensato in tutto ciò. Ma soprattutto c"è il disprezzo della volontà degli europei, le cui reazioni vengono considerate un pericolo per la costruzione dell"Unione ed attribuite, di volta in volta, alla scarsa conoscenza delle norme sulle quali sono chiamati ad esprimersi, all"orgoglio nazionale o all"insoddisfazione verso i governi nazionali, alla paura della globalizzazione, alla preoccupazione per le proprie tasche e per la propria sicurezza.

Eppure basterebbe andarsi a rileggere i risultati di sondaggi indipendenti svolti subito dopo il voto francese ed olandese del 2005, come il Transatlantic Trends, per constatare che gli elettori non si sono mai schierati contro l"Unione europea, e che, anche all"indomani della bocciatura del trattato costituzionale, la grande maggioranza degli europei continuava ad essere favorevole ad una maggiore integrazione politica e ad una politica estera comune; o fare un giro nella rete e leggere le spiegazioni del no, fornite dagli stessi elettori irlandesi, o i commenti che circolano nei blog italiani, francesi, e via discorrendo, per capire che, invece, la gente è pienamente consapevole delle proprie scelte, vuole semplicemente essere libera di decidere democraticamente il proprio futuro e non ne può più di chi pretende di imporle in modo poco trasparente decisioni che nulla hanno a che vedere con l"idea di Europa perseguita dai Padri fondatori.

Basterebbe ammettere di avere sbagliato, ridisegnare il profilo delle istituzioni europee in senso democratico, chiamare gli europei a decidere. Ma è un atteggiamento che non rientra nelle priorità dei partiti e dei governi nazionali. E gli elettori, nel giugno 2009, dovranno tenerlo presente.

Pubblicato su Newropeans Magazine

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