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Il dossier Censis sull’agricoltura italiana

Un sistema trainato dalle minoranze

Ristrutturazioni e capacità di innovare sono per pochi. Urgono politiche selettive

di Enrico Cisnetto - 12 marzo 2007

Quanto è faticosa la riconversione dell’economia italiana. Una ricerca commissionata al Censis dalla Confagricoltura – e che il presidente Federico Vecchioni presenterà alla mega convention della confederazione che inizierà a Taormina il 22 marzo – ha fotografato la situazione della “nuova” agricoltura italiana, ovvero di quell’avanguardia di aziende che oggi trainano il settore. Un comparto che conta 1,8 milioni di imprese, ma di queste soltanto il 27% – pari a 490mila unità – ha un giro d’affari annuo superiore ai 10mila euro, ma realizza il 90% del fatturato dell’intera agricoltura italiana.

Lo studio ha analizzato un campione rappresentativo delle 250mila aziende più grandi, dividendole in quattro diverse tipologie imprenditoriali: trend setter (34,3%), ovvero quelle che adottano strategie espansive di mercato, investono in comunicazione, hanno un marchio aziendale e puntano sull’internazionalizzazione; selettivi efficienti (26,2%), che si concentrano su poche linee di prodotto e mettono in campo collaborazioni di filiere con altre imprese del territorio per avere più sinergie possibili; in consolidamento selettivo (27,2%), che lavorano per grossisti o centri di raccolta e mirano a vendere a costi più bassi dei concorrenti; le imprese conchiuse, cioè a rischio competitività (12,3%), guidate da dirigenti over 50 e con un fatturato in progressiva diminuzione, che innovano soltanto in seguito a fasi critiche. Basta escludere queste ultime dal totale, per rendersi conto che la “minoranza trainante” che sta cambiando la faccia dell’agricoltura italiana – perchè è in grado di fare sistema, guarda oltre i confini nazionali, è innovativa e ha integrato in modo efficiente produzione, trasformazione e commercializzazione; perchè per competere non punta solo sul contenimento del costo del lavoro, ma investe sulla qualità; perchè non è afflitta dal problema del passaggio generazionale – conta su circa 220mila imprese, cioè non più del 12% di quell’esercito di 1,8 milioni di soggetti agricoli, per la maggior parte formato da curatori di orticelli per l’insalata o poco più.

Sembrerebbe poco, eppure se confrontato con l’industria e i servizi, il settore primario risulta all’avanguardia. Nel secondario e nel terziario, infatti, la percentuale delle “minoranze trainanti”, secondo la felice definizione del Censis, risulta decisamente più bassa. Basti pensare che le imprese industriali e terziarie con oltre 10 dipendenti non superano le 200 mila unità, poco più del 4% del totale.

Da tutto ciò si comprende come oggi in Italia il vero conflitto sociale non è più, o non dovrebbe più essere, quello tra imprenditori e lavoratori, bensì quello tra aziende che sopravvivono come possono aspettando il Godot di una riconversione che non arriverà mai, e aziende che invece, grazie a ristrutturazioni dolorose, coraggio di innovare e capacità di stabilire un processo empatico con il mercato, trainano l’intero sistema Italia. Una dicotomia tra interessi talmente diversi da essere ormai antitetici, perché non c’è dubbio che sarebbero necessarie politiche selettive mirate alle “minoranze trainanti”, lasciando al loro destino le “maggioranze frenanti”. Meno male che dall’agricoltura di serie A viene il conforto di non doverci per forza rassegnare a un destino di marginalità.

Pubblicato su la Sicilia di domenica 11 marzo

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