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Public Policy

Il saggio di Guido Rossi

Un richiamo a svegliarsi

I mercati finanziari e il governo globale. Un tributo al primato della politica

di Angelo De Mattia - 18 gennaio 2008

Domina ancora nei mercati il Far West o il “suk” di cui Guido Rossi iniziò a parlare quando, presidente della Consob, sbatté la porta e andò via perché dal governo non si era ancora voluto dotare la Commissione di effettivi poteri? Per non dire del Medioevo, di cui il professore ha parlato in una recente intervista al 24 Ore? O piuttosto, pur in presenza di progressi nella regolamentazione della finanza, con il mercato globale una crescente patologia si manifesta ora, ed è la subordinazione della politica all’economia, tanto da indurre il professor Rossi a scrivere, nel bel saggio “Il mercato d’azzardo” (Adelphi), che solo il diritto può rispondere alle domande che globalizzazione e crisi del capitalismo finanziario pongono; tanto, ancora, da affermare che il suo scritto vuole essere un’apologia del diritto? Quel diritto che, quando ha potuto assumere, negli Usa, la veste di legislazione antitrust, è stato il fattore che ha promosso lo sviluppo della concorrenza, che certo non è stata attivata dal libero mercato. Se si segue il ragionamento dell’A. sullo strapotere dei grandi gruppi internazionali, delle corporation – con le quali la legge gareggia, si potrebbe dire nel rapporto tra Achille e la tartaruga – si deve concordare che il rapporto tra Stato ed economia è diventato cruciale per la democrazia. E oggi per la debolezza degli organismi internazionali preposti alla regolamentazione di parti dell’economia, per lo spostamento verso l’alto – ma spesso un alto indefinito – dei poteri degli Stati nazionali non è fuori luogo, di fronte a una lex mercatoria globale che diviene protezione del diritto del più forte rispetto ai legislatori, coltivare quello che il professor Rossi chiama il vecchio sogno di Kant, la necessità di uno jus cosmopoliticum. E si potrebbe qui riandare anche al concetto della necessità della promozione di un nuovo ordine economico internazionale. E’ una fantasticheria populista, comunque, pensare di poter passare agevolmente dalla democrazia politica a quella azionaria. Da queste premesse si parte per evidenziare quelli che Rossi rappresenta come contraddizioni e pregiudizi societari: il problema della dissociazione, nella produzione di massa, tra proprietà e controllo, con la conseguenza della legittimazione del controllo di minoranza attraverso piramidi, scatole cinesi, azioni a voto plurimo, patti di sindacato, partecipazioni incrociate; l’impiego del concetto di minoranze in una diversa accezione, quella della loro tutela che però oscilla tra la protezione degli azionisti e la protezione dei risparmiatori, mentre passano in secondo piano gli stakeholder, coloro che hanno interessi collegati agli affari societari: dipendenti, creditori, clienti; lo sviluppo di sofisticati strumenti finanziari (da ultimo, hedge fund e private equity) che sostituiscono le tradizionali azioni e obbligazioni, avviando all’estinzione la figura dell’azionista-proprietario; il ruolo, nei consigli di amministrazione, dei consiglieri indipendenti, oggetto di una dura critica del professore, dei quali viene ancora richiamata la definizione di financial gigolò. Addirittura si può arrivare a sostenere che la dissociazione è ormai “della proprietà dalla proprietà”, perché i mercati non sono più luogo dell’investimento, ma sono subordinati ai giochi degli operatori che agiscono con i beni di terzi. Se questo è il contesto, un campo di Agramente, se la corporate governance – l’insieme di regole volte a evitare che la dissociazione tra proprietà e controllo provochi abusi, conflitti di interesse, asimmetrie informative – sembra avviata al crepuscolo, perché, come nel medioevo, sono i “mercanti” a farsi le leggi, se è in sommovimento il rapporto tra legge e contratto, se è carente, appunto, la regolazione, ma vi sono anche rischi di eccessi con fenomeni di regulatory overshoooting, allora veramente domina il Far West e l’analisi è pessimista e la prognosi infausta? Ma, pur assumendo tutto ciò, non ci si può certamente chiudere nella sconfitta. Al di là della doverosa utopia (forse però realistica, senza la ‘u’) di un nuovo diritto cosmopolitico – che si potrebbe tradurre, per intanto, in un diverso ruolo degli organismi finanziari internazionali come Fondo Monetario e Banca Mondiale – la politica deve tentare di riappropriarsi almeno di qualche strumento, dentro e fuori gli Stati. La priorità potrebbe essere data da un’organica legislazione che freni il dominio delle minoranze, disciplini a tutto campo la prevenzione dei conflitti di interesse, e vari una riforma degli Organi di controllo – il progetto da tempo giace al Senato – con la costituzione poi di un’Autorità di vigilanza a livello europeo nel campo finanziario. Ce la farà la politica a dare almeno questo segnale, innanzitutto per la tutela del risparmio? Alcuni progressi – come si è detto – sono stati compiuti negli ultimi 10-15 anni. L’inerzia farebbe tornare di attualità una visione dello Stato, come quella prospettata da un giurista degli inizi del secolo scorso, quale “povero gigante scoronato”. Sarebbe la costruzione di una nuova forma di rappresentanza politica per censo (i grandi gruppi internazionali). Il saggio del professor Rossi è un richiamo a svegliarsi, ad aprire gli occhi, a frenare il bradisismo che erode le fondamenta della politica. E’ un compito che spetta anche ai giuristi. Sarebbe forse ingeneroso dire loro che essi vedono bene e razzolano male, “video meliora proboque, deteriora sequor”. Rossi ha ricordato, nell’intervista citata, che non ha mai distinto tra professione e studio, e che la sua dura critica ai patti di sindacato e alle piramidi societarie affonda le sue radici proprio nell’esperienza professionale (si pensi alle sue dimissioni facili da diverse cariche). Anche se chi fa il consulente, quelle carte ha (le leggi vigenti) e con quelle pur deve giocare – come diceva per altre ragione Donato Menichella –il modello testé accennato di operatore del diritto è quello più coerente; evita una forma, pur essa non secondaria, di schisi. Ma questo è un altro tema, che è stato solo fugacemente sollecitato da un saggio, quello del professor Rossi, di cui non è facile trovare simili per potere di sintesi, incisività, stimoli, bagaglio dottrinario. Oltre all’apologia del diritto, è un tributo al primato della Politica, da riconquistare, e alla centralità della persona.

Pubblicato su l"Unità di venerdì 18 gennaio

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