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Il diritto di asilo rischia di sparire?

Un quesito dilacerante

Il destino dei “clandestini” e dei rifugiati politici

di Maurizio Mistri - 26 maggio 2009

La questione del respingimento dei clandestini che, via mare, si avvicinano alle coste italiane sta aprendo un grande dibattito in materia di governance della immigrazione e, prima o poi, ne aprirà uno, ancora più dilacerante, in materia di sostenibilità economica e sociale del diritto di asilo.

Quando i fascisti comandavano in Italia molti oppositori italiani poterono rifugiarsi in alcuni civili ed ospitali paesi europei e americani. Quando i comunisti comandavano in URSS e nei paesi satelliti i dissidenti sapevano di poter contare sulla ospitalità dei paesi dell’Europa occidentale e degli USA. Durante gli anni della guerra fredda l’Europa e gli USA non solo dimostrarono al mondo che erano e rimanevano isole di civiltà, ma poterono anche arricchirsi di personalità importanti e di capitale umano di elevata qualità. Così, la concessione dell’asilo ad eventuali rifugiati politici non era vista come un rischio per il paese ospitante, ma come una opportunità.

Si trattava di una immigrazione limitata nei numeri e di elevata qualità per quanto riguardava il capitale umano. Nel nome di una tradizione di civiltà va ben compresa la posizione di coloro che criticano il respingimento in mare di immigrati clandestini; si tratta di una posizione che deriva dalla preoccupazione che venga leso un principio considerato generale e quindi rivolto urbi et orbis.

Tuttavia, credo che occorra riflettere con attenzione in merito alla possibilità di applicare principii generali di carattere etico a situazioni concrete. Ad esempio c’è il principio generale secondo cui nessuno ha il diritto di togliere la vita ad un altro. L’applicazione integrale di tale principio ci obbligherebbe, quindi, a non uccidere neppure chi tenta di ucciderci.

Malgrado ciò la legittima difesa è prevista come un diritto che può arrivare a contraddire il principio del rispetto della vita altrui urbi et orbis.

E questo non è l’unico caso in cui il rispetto della vita altrui viene negato. Tutto ciò ci conduce ad una riflessione circa il rapporto tra l’affermazione del principio dell’accoglimento di immigrati per ragioni politiche e le situazioni concrete in cui tale accoglimento può essere concesso.

Nel passato l’accoglimento era reso possibile, ed anzi sostenuto, perché il fenomeno era numericamente limitato. Oggi i governi europei si trovano davanti ad una situazione del tutto diversa. I candidati all’asilo politico sono, potenzialmente, decine di milioni, vanificando di fatto le possibilità di applicazione di un principio che fino a poco tempo fa appariva inderogabile. I regimi totalitari sono numerosi e ad essi sono sottomessi milioni, se non miliardi, di esseri umani.

Si prenda la Cina, che democratica non è. Un governo occidentale non potrebbe negare l’asilo ad alcuni cinesi che lo chiedessero per ragioni politiche. Il caso diverrebbe un problema se a chiedere asilo non fossero pochi cinesi ma due milioni di cinesi. Diverrebbe poi lacerante se a chiederlo fossero dieci milioni di cinesi. Se il nostro governo concedesse asilo politico a mille cittadini cinesi, semmai di origine tibetana, ne saremmo orgogliosi.

Ma come reagiremmo se il nostro governo si trovasse nella necessità di concedere asilo politico a dieci milioni di cinesi? Affermeremmo comunque la validità del principio o finiremmo per negarla? La mia impressione è che è proprio la dimensione quantitativa del fenomeno ad indurre molti a chiedere una modificazione qualitativa del diritto di asilo.

Mi pare che nel caso della posizione assunta dal governo italiano ci sia la preoccupazione a che l’asilo concesso, seppure per ragioni politiche, a immigrati provenienti da paesi governati da dittature, o soggetti a guerre civili, che stanno attorno all’Europa, avrebbe un “effetto richiamo” che moltiplicherebbe di molto i flussi immigratori, al di là delle nostre reali possibilità di assorbimento.

Un “effetto richiamo” che si ingigantirebbe qualora, come chiede l’ONU, l’Italia riammettesse i migranti respinti. Siamo di fronte ad un quesito dilacerante non solo per l’Italia, ma per l’Europa intera; vale a dire se, nel nome di un principio al quale si vorrebbe rimanere fedeli, si debbano accettare migranti, a prescindere dal numero e dalle conseguenze che si produrrebbero sulla economia e sulla società del nostro paese, o se invece si debba ricalibrare, in qualche modo, il diritto d’asilo. Si tratta di un interrogativo che non trova facili risposte e che proprio per questo non può che fare paura.

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