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Le graduatorie del World Economic Forum

Un Paese soffocato dalle corporazioni

Agli ultimi posti per fisco, burocrazia e flessibilità. E bloccato dal bipolarismo bastardo

di Davide Giacalone - 29 settembre 2005

Secondo il World Economic Forum l’Italia si colloca al quarantasettesimo posto, in una classifica relativa alla competitività, avendo esaminato, in tutto, 117 Paesi. E’ il posto che avevamo anche l’anno scorso, ed è un brutto posto. Ma non basta, l’Italia è ultimo fra i Paesi europei, e si colloca a livello 114 in materia d’amministrazione fiscale (praticamente i peggiori del mondo), 113 in quanto a burocrazia, 109 per flessibilità salariale. Siamo anche quelli che più si aspettano che le cose vadano sempre peggio. Questa chiusura, questo ripiegamento pessimistico, è una delle cause del nostro declino.

Ora, intendiamoci, queste classifiche hanno il valore che hanno, ma, in questo caso, non so se sia preciso il posto 47, ma so che la fotografia è abbastanza realistica.

Quello che uccide la nostra capacità di competere è un’amministrazione pubblica soffocante nei confronti del cittadino e difficilmente riformabile perché a sua volta soffocata dalle corporazioni. Quel che rende inaffidabile il nostro mercato è un’amministrazione giudiziaria costosissima ed in efficientissima, talché chi debba far valere un proprio diritto ha sempre l’impressione di trovarsi in una casba ed i tempi d’attesa sono del tutto incompatibili non solo con le esigenze del mercato, ma anche con la durata media della vita umana. Se non c’è un potere legislativo e politico capace di mandare al diavolo le corporazioni e gli egoismi, le miserie di chi crede che la scuola sia stata fondata per professori e bidelli, gli ospedali per infermieri e medici, i tribunali per cancellieri e giudici, da questa sabbia mobile non si esce. Ed è proprio questa, con ogni probabilità, la percezione che rende pessimisti: se la maggioranza parlamentare mette mano ad una di queste riforme l’opposizione scatena la battaglia come se si stesse demolendo lo Stato ed il diritto, mentre i tentacoli corporativi s’insinuano in Parlamento promuovendo la conservazione ed il marciume.

A questo si somma il nanismo delle imprese italiane, per ciò stesso tagliate fuori dal mondo della ricerca, senza che a tale svantaggio competitivo riesca ad ovviare un mondo universitario dove ancora si fa carriera per raccomandazione e baronia. L’intero sistema costa uno sproposito, e per finanziarlo non solo non si diminuisce, ma talora s’aumenta la pressione fiscale reale e complessiva, costruendo un altro ostacolo che rende difficile la competitività.

Tutto nero, quindi? Ma no, se in queste condizioni, giacendo sul fondo della scala per tutto quello che riguarda la statualità, siamo ancora in grado di starcene nella prima metà della graduatoria è segno che nel Paese s’agitano forze prepotenti, animali, indomite, che scalpitano e fremono, che magari lavorano ai margini del grigio e talora sconfinano nel nero e nel sommerso, ma che, comunque, ci tengono a galla. Liberare queste forze è il compito di chi voglia rilanciare l’Italia.

Una volta Gianni Agnelli disse che la sinistra, in Italia, avrebbe fatto quel che la destra non riusciva a fare. Si sbagliava: quel che serve non lo ha fatto nessuno.

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