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Il deserto libico insabbia le riforme

Un Paese provinciale e irrilevante

Il governo punta solo a sopravvivere all'immobilismo

di Enrico Cisnetto - 28 marzo 2011

Nel deserto libico rischia d’insabbiarsi la cosiddetta stagione delle riforme del governo Berlusconi, che dopo i ripetuti scampati pericoli di elezioni anticipate dovrebbe, nelle intenzioni del premier e (forse) di Bossi, consentire all’attuale esecutivo di completare la legislatura. Ora l’esecutivo può menar vanto che tutte le operazioni militari siano passate sotto il comando della Nato, come era stato chiesto. Ma a parte il fatto che questa scelta non è certo avvenuta per via delle nostre pressioni, la cosa comunque non cancella il senso di penosa e pericolosa approssimazione con cui l’Italia si è mossa nello scenario di guerra.

Siamo passati dal baciamano all’adesione acritica alla linea interventista, per poi rinculare e assumere un atteggiamento di distinzione da Francia e Stati Uniti – senza però avere il coraggio di una posizione netta come quella tedesca, che certo non ci potevamo permettere ma che abbiamo rischiato ambiguamente di emulare – condito da intollerabili silenzi di Berlusconi (è l’unico leader occidentale che non è intervenuto sull’argomento in alcuna sede istituzionale) così come da sue improvvide dichiarazioni (tipo “sono addolorato per Gheddafi”, pronunciata al cospetto degli 8 mila morti che la vicenda ha già procurato), oltreché dal confuso protagonismo di alcuni ministri. Ad un certo punto siamo apparsi più in guerra con gli alleati che con Gheddafi, e ci hanno salvato (finora) solo i grandi errori commessi dagli altri partecipanti alla coalizione e l’assordante inesistenza dell’Europa in quanto tale.

Ora si dice che potrebbe farsi breccia uno spazio di mediazione, e che noi saremmo i migliori candidati a intavolare un negoziato. Può darsi, ma per ora rimane una certezza: che Berlusconi avrebbe dovuto cercare l’iniziativa diplomatica per tempo, e non lo ha fatto. E chi lamenta che il Quirinale abbia giocato un ruolo interventista, prendendo la guida della politica estera, si dovrebbe domandare se quello spazio lo abbia soffiato al premier o lo abbia, e per fortuna, riempito essendo stato lasciato vuoto. Se a tutto questo si aggiungono le divisioni interne alle opposizioni (5 mozioni parlamentari), l’incapacità di trovare una sintesi unitaria bipartisan e il ripetersi per l’ennesima volta del solito stucchevole ping-pong tra pacifisti senza se e senza ma e guerrafondai esaltati da sciocchezze come quella della “guerra giusta”, ecco servita un Italia provinciale e irrilevante, così avulsa dalle dinamiche internazionali da ritagliarsi nella vicenda il peggiore e più masochista dei ruoli possibili, quello di chi è contemporaneamente il più esposto e il meno influente. E siccome di questa storia abbiamo visto solo l’inizio, anche sul piano dei suoi riflessi sulla politica interna è ancora tutta da scoprire.

Sia chiaro, sulla Libia inciampa rovinosamente la possibilità che si faccia qualche seria riforma – ammesso e non concesso che esistesse davvero – non il semplice prosieguo del governo. La garanzia di andare avanti, infatti, il Cavaliere se l’era già procurata il 14 dicembre, e successivamente l’ha cementata rinnovando il patto di ferro con Bossi – confermato nonostante gli evidenti e crescenti malumori della Lega, specie di quegli amministratori locali che più di altri hanno a che fare con la base leghista – e rafforzando la truppa parlamentare con nuovi arrivi, conquistati mettendo mano al portafoglio delle promesse (con la nomina di Romano e il conseguente spostamento di Galan ha cominciato ad onorarle, ma dovrebbe raddoppiare le dimensioni dell’esecutivo se dovesse mantenere tutti i patti stipulati).

Ma, considerato che mancano due anni al “the end” – salvo ripensamenti di Bossi o fattori di crisi esogeni nuovi – il tema su cui riflettere è come questo spazio temporale, certo non piccolo, verrà “riempito”. Ora sappiamo che la vicenda libica conferma e consolida i timori che il tempo sarà impiegato, come è stato dal 15 dicembre in poi, solo e soltanto al rafforzamento degli strumenti di sopravvivenza. Una sorta di alimentazione continua delle propria autoreferenzialità, senza indulgere a scelte di governo che, al contrario, potrebbero invece indebolire quelle ragioni di sopravvivenza.

E il primo comandamento per chi vuole tirare a campare, è fare il meno possibile in modo da ridurre, minimizzandoli, i margini di rischio. O grandi riforme sulla carta, come quella della giustizia, che essendo di tipo costituzionale rimanda a scadenze addirittura oltre la fine della legislatura. O spettacolari effetti annuncio, tipo quelli ripetutamente usati per la “rivoluzione liberale” – come la riduzione delle tasse – ma un po’ troppo abusati per poterli reiterare in eccesso.

Oppure il fermi tutti, come è successo per il nucleare non appena si è percepito che il consenso potesse essere in pericolo. Insomma, il futuro prossimo che ci si para innanzi è un continuità di governo priva di contenuti, con palazzo Chigi che trascorre il tempo a metter toppe e disinnescare mine. Esattamente il contrario di ciò che serve, e urgentemente, al Paese. Che rischia di veder chiudere le stalle dei suoi interessi – dal caso libico a quello Parmalat – quando i buoi sono già scappati.

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