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Perdersi in un bicchier d'acqua

Un Paese in fuga dalla razionalità

Servono investimenti rilevanti per rendere decenti i nostri acquedotti

di Davide Giacalone - 23 marzo 2011

Non so quale sia la mente (perversa) che inventa le giornate mondiali di questo o di quello, so che alloggia all’Onu e ha troppo tempo libero. Proclamando la giornata mondiale dell’acqua non ha spostato il problema di un solo bicchiere, ma ha rammentato a noi italiani che se ne preparano di cattive: ci costano troppo, le sprechiamo e si rischia di non cambiare nulla, grazie all’imbroglio di due referendum. Il colpaccio è già riuscito, perché i mezzi di comunicazione continuano a parlare di referendum contro la “privatizzazione dell’acqua”, che, però, non c’è mai stata e non è prevista.

L’acqua è un bene vitale e collettivo. Dire che appartiene a tutti significa non conoscere né la storia né il codice civile, oltre a non avere mai vissuto in campagna. Di sicuro, comunque, è un bene prezioso e comune, oltre che non illimitato. Tutte buone ragioni per non sprecarlo. Oggi lo si spreca, e i referendum che sono stati promossi servono a conservare lo spreco tale e quale, senza cambiare niente. Ripeto il concetto, affinché non ci siano equivoci: i referendum non servono per cambiare, ma per conservare la situazione attuale che, in media, disperde la metà dell’acqua nel percorso dalla fonte al rubinetto.

Un colabrodo costoso ed ecologicamente criminale. E’ vero che le tariffe attuali sono basse, al punto da divenire un incentivo allo spreco, o, quanto meno, all’uso irrazionale dell’acqua, ma è anche vero che i cittadini pagano le società pubbliche sia con le tariffe, quindi con la bolletta, sia con la fiscalità generale, quindi pagando le tasse. A conti fatti ciascuno di noi paga l’acqua assai più di quel che sembra, ma i nostri soldi non servono a rifare gli acquedotti. Ecco, questa è la bella roba che s’intende difendere.

Preoccupa la viltà politica, perfettamente trasversale. I referendum sono stati promossi sia contro una legge approvata nel 2006, da una maggioranza di centro sinistra, laddove prevede che il capitale investito debba essere remunerato (il che dovrebbe essere ovvio), sia contro la più recente legge che recepisce una direttiva europea e perfeziona il quadro della gestione privatistica.

Gestione, non proprietà, quindi senza alcuna privatizzazione. Inoltre è bene sottolineare che il contenuto di quella (giusta) direttiva si trovava anche in un disegno di legge proposto, nella scorsa legislatura, da Linda Lanzillotta, già ministro nei governi di sinistra. Ci sono le condizioni, pertanto, affinché sia da destra che da sinistra si levino voci di ragionevole e forte dissenso, contro l’avventura referendaria. Invece quasi tutto tace, come se difendere le cose giuste e ragionevoli sia considerato un azzardo impopolare.

Servono investimenti rilevanti (nell’ordine dei 60 miliardi) per rendere decenti i nostri acquedotti, e chiamare i privati alla gestione dei servizi pubblici, pur mantenendo pubblica la proprietà dei beni (in questo caso dell’acqua), è una condotta virtuosa e promettente, che andrebbe notevolmente allargata. Invece viene avversata da chi vede nel mercato e nel profitto dei nemici dell’umanità, senza che nessuno chieda loro se la burocrazia pubblica e i denari dei cittadini gestiti da consigli d’amministrazione colmi di personale politico, spesso elettoralmente trombato, siano da considerarsi benefattori. E’ proprio la logica del profitto a portare salvezza. Si teme, però, l’aumento delle tariffe.

Ma quelle resteranno amministrate, e, del resto, sono oggi assai basse (salvo compensarle, come prima ricordato, con spesa pubblica d’altra natura). Quindi è bene che aumentino, ma in modo che la loro struttura non penalizzi l’uso necessario e pesi più che proporzionalmente su quello dissennato, modello: doccia aperta dieci minuti prima di entrarci o macchina lavata sotto le cascate del Niagara. Non è difficile: fino ad un certo numero di litri tariffa bassa, che cresce al consumo con progressività più che lineare. Avviene già con l’energia elettrica.

Invece di combattere contro il modello dell’affidamento ai privati, si deve stare bene attenti a due punti determinanti: a. la natura, la composizione e i poteri del regolatore pubblico; b. gli obblighi, e i controlli, cui sarà sottoposto il gestore. Perché il vero punto è tutto lì: è normale e giusto che investitori privati cerchino il proprio profitto, ma solo in cambio di un ancor più consistente profitto collettivo, che si sostanzia in investimenti nelle infrastrutture, sia di trasporto che di depurazione, quindi in una migliore qualità del servizio. In modo da passare dalla politica della spartizione alla cultura dello sviluppo.

Un Paese che scappa dal nucleare che non ha è si sottrae al mercato dei beni limitati è un Paese in fuga dalla razionalità.

Pubblicato da Libero

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