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L’interdizione suona tardiva e mal concepita

Un paese giudiziariamente dislessico

Come il “pentimento” di Calisto Tanzi ha indirizzato l’attenzione su Geronzi e Capitalia

di Enrico Cisnetto - 03 marzo 2006

Siamo un paese dislessico. Non amiamo la realtà, ma le sue distorsioni, e intorno a queste costruiamo miti, crocifiggiamo vittime, ci dividiamo, raccontiamo balle. La piena conferma di questa asserzione viene dalla vicenda Parmalat, che ormai potremmo ribattezzare il caso Tanzi-Geronzi. Perchè? Ma non pensate sia davvero uno strano paese quello in cui esplode un clamoroso scandalo finanziario ad opera di un imprenditore truffaldino che falsificava fatture e documenti contabili per importi vertiginosi, e alla gogna giudiziario-mediatica finiscono tutti meno il reo. Per carità, alla gogna non dovrebbe mai finirci nessuno, e se per una volta ai Tanzi è stato risparmiato quello che hanno subito tanti altri, ben venga. Ma se facciamo il bilancio di quanto è avvenuto nei 28 mesi dal crack Parmalat ad oggi, scopriamo che esposti al pubblico ludibrio sono finiti un po’ tutti, dal governatore Fazio al sistema bancario, dal consiglio di amministrazione al collegio sindacale, dai revisori dei conti alla Consob, ma in fondo i principali responsabili e beneficiari, i componenti della famiglia Tanzi – che hanno tradito la fiducia di migliaia di risparmiatori, delle istituzioni finanziarie e persino della Confindustria che aveva chiamato Calisto ai suoi vertici – sono riusciti, non si sa come, a entrare nell’oblio. Anzi, nell’ottobre scorso, dopo essersi presentato a sorpresa all’apertura del processo Parmalat, l’ex patron ha (guarda caso) affidato le sue confessioni ai media. Così frasi strappalacrime tipo “vivo questo processo come una catarsi”, oppure “prego molto e ripenso spesso...”, anziché rimane confinate nelle pagine di un “diario segreto” sono finite in un servizio televisivo e poi su tutti i giornali. Ora, non si capisce come mai Tanzi senta l’urgenza di raccontarci i moti del suo animo, che sarebbero tanto più veri se restassero intimi, mentre salta agli occhi che questo “pentimento” arriva proprio al momento giusto, cioè quando, grazie al fatto che la legislazione italiana non è severa come quella americana e quindi non rischia una pena in stile Enron per il falso in bilancio e le false comunicazioni al mercato, potrebbe anche cavarsela con poco. Normale che voglia difendere se stesso, i suoi figli, e non sarebbe poi così malizioso pensare che voglia pure rifarsi una verginità. Ma di fronte al suo “cristiano pentimento”, noi duri di cuore, fugheremmo più facilmente i nostri “laici dubbi” se Tanzi si fosse finalmente deciso a far luce sui tanti misteri che ancora avvolgono l’affaire Parmalat. Per esempio, quale è l’esatto ammontare delle distrazioni di denaro verso il turismo e le altre attività? Per caso, esiste un altro “tesoretto” nascosto in qualche conto estero, e se no a cosa sono serviti i viaggi in Sudamerica nel periodo prima che si consegnasse alla giustizia? In attesa di questi ed altri chiarimenti, la sua sbandierata “catarsi” fa a pugni con il provvedimento preso dal tribunale di Parma nei confronti di Cesare Geronzi. Già altri commentatori, anche in passato non teneri con il presidente di Capitalia, hanno manifestato molti dubbi sul fondamento giuridico del provvedimento. In particolare, colpiscono due cose: la prima è la distanza fra l’apertura dell’inchiesta e l’adozione del provvedimento, la seconda la durata dello stesso. Se il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove fosse stato effettivo, tutto ciò sarebbe avvenuto nell’imminenza dell’inchiesta o subito dopo la sua deflagrazione, e l’interdizione non sarebbe durata per “soli” 60 giorni. Ma tant’è, ormai le parole di Tanzi sono quelle veritiere di un “pentito”, e se lui accusa questo o quello – magari con l’orologio delle dichiarazioni sapientemente regolato dalle vicende politico-finanziarie – gli si assegna il massimo di credibilità. Il tutto mentre, con la più totale copertura dei media impegnati a santificare Enrico Bondi il “risanatore”, quello che rimane della Parmalat è tornato in Borsa avendo come padrone effettivo il commissario scelto dal governo. Siamo proprio un paese dislessico.

Pubblicato sul Foglio del 3 marzo 2006

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