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Ministri poco coraggiosi e rettori conservatori

Un Paese con l’università bloccata

Abolire il valore legale delle lauree, liberalizzare i compensi e concentrare gli atenei

di Aldo Mariconda - 14 luglio 2005

Si discute in questi giorni la riforma dell’università italiana proposta dal ministro Moratti, che prevede l’abolizione del ruolo stabile del ricercatore, da sostituirsi con un rapporto di tipo contrattuale triennale rinnovabile una sola volta. Malgrado le concessioni della Moratti, che consente una sanatoria per tutti i ricercatori oggi esistenti e che verrebbero qualificati come professori aggregati, assistiamo ad una levata di scudi di tutta l’università, dagli studenti ai rettori, di fronte al tentativo di introdurre questa forma di “precariato”.

In particolare il Crui, l’organismo che rappresenta i rettori, minaccia il blocco delle università perché con “l’attacco al ruolo del ricercatore verrebbe a crearsi un grande vuoto nella didattica” dove di fatto oggi i ricercatori confermati hanno obiettivamente un peso notevole. Così anche da una dichiarazione del rettore di Ca’ Foscari, Pier Francesco Ghetti.

Ho la netta convinzione che Governo e Parlamento dovrebbero volare più alto, tenendo conto di un assunto apparentemente condiviso da tutti: la qualità dell’università e della ricerca sono fondamentali in un Paese moderno e competitivo.

Il fatto è che questo consenso in genere si sfuma in Italia quando le riforme tentano d’intaccare privilegi consolidati di categorie protette, tra le quali in parte annovero anche quella dei docenti universitari, nemmeno i più privilegiati di fronte ai magistrati, ai servizi specie i servizi pubblici locali, le professioni protette da albi, eccetera.

Perché?

All’università si entra, ma non si esce mai.

Si entra per concorso che, malgrado le riforme passate e in fieri, ha spesso privilegiato l’appartenenza al gruppo, alla cordata, più che il merito e il contributo alla ricerca confermato da pubblicazioni sulle riviste accreditate dalla comunità scientifica internazionale. Questo senza citare casi estremi del barone che si vantava di aver portato in cattedra oltre alla moglie anche l’amante, ma si è letto che il rettore di Bari può contare credo su sette tra parenti e affini saliti all’onore della cattedra. Siano i concorsi nazionali o locali, i trucchi ci saranno sempre. Molti anni fa un amico docente mi parlava di un concorso dove la scelta, non ricordo se dei commissari o dei temi, doveva essere effettuata mediante estrazione di una pallina su tre, dove quella “giusta” era stata messa preventivamente in un congelatore!

Il problema è entrare. Poi tutta la carriera, nell’ambito del ruolo di ricercatore fin che dura, di associato o di ordinario, avviene per anzianità. Così anche lo stipendio, assai basso per ricercatori e associati, ma con punte spesso assai alte per gli ordinari con molta anzianità, più di molti docenti delle più illustri università americane.

So che è difficile e scomodo per i colleghi stabilire giudizi di merito in base alla capacità scientifica e didattica, ma non si è fatto alcuno sforzo, né lo fa la Moratti, per introdurre criteri meritocratici, al di là del tentativo di “precarizzare” il ruolo d’ingresso, ora dei ricercatori.

Certamente abbiamo in Italia professori illustri e preclari anche sul piano internazionale. Dobbiamo anche riconoscere che a volte sono privilegiati dei gregari o dei portaborse che non hanno un curriculum vendibile nell’ambito della comunità scientifica mondiale. E’ successo recentemente a Reggio Emilia/Modena, dove una candidata a Storia dell’Economia che aveva pubblicazioni nelle prime cinque riviste più accreditate nel mondo è stata bocciata, preferendo il candidato locale non altrettanto forte. Subito dopo, la candidata bocciata è stata assunta dalla Boston University come professore con contratto a vita, cosa rarissima negli Stati Uniti dove almeno l’80% dei docenti è a contratto a tempo determinato.

Vi è una via d’uscita a questa situazione a dir poco stagnante?

Forse sì, ma è difficile in Italia perché lederebbe equilibri e interessi troppo consolidati. Bisognerebbe fare tre cose: abolire il valore legale dei titoli, consentire alle università di fissare da sole sia gli stipendi dei docenti che le rette degli studenti, aumentandole considerevolmente in funzione della capacità attrattiva dell’università stessa e fatto salvo un sistema di borse e di prestiti per i capaci e meritevoli a reddito insufficiente e, infine, smetterla col proliferare delle sedi piccole nelle più varie cittadine di provincia. Concentrazione vuol dire anche più qualità, più capacità di ricerca.

Solo così si creerebbe un meccanismo di concorrenza e mercato, legato alla qualità e non alla formalità del titolo. Prevedo già l’accusa di voler introdurre in Italia un sistema alieno, quello americano. Non è vero, negli Usa gran parte dei docenti sono “precari” perché con contratto, dai due ai dieci anni. Ma è un ambiente e un mercato diverso. Non possiamo da noi rinunciare ad introdurre un meccanismo meritocratico che incentivi in qualche modo la qualità, se non accettando un ruolo di emarginazione in un mondo globalizzato, come purtroppo tutti i dati sull’Italia tendono a confermare.

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