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Basta con le edulcorazioni. Ci vuole chiarezza

Un ottimismo fuori luogo

Anche in Italia ci vuole una rivoluzione “verde”, una riforma strutturale del Paese

di Enrico Cisnetto - 16 maggio 2009

Secondo il dizionario, l’ottimismo è “l’atteggiamento psicologico che consiste nel cogliere soprattutto gli aspetti positivi della realtà e della vita e nell’attendersi dal futuro eventi favorevoli”. E’ un sentimento che in questi ultimi mesi è stato molto invocato dai governi, dalle autorità monetarie, dagli stessi economisti. Adesso, però, alla luce dei dati macroeconomici emersi negli ultimi giorni, tutto questo ottimismo sembra del tutto fuori luogo.

Primo, perché la crisi – è ormai confermato – ha colpito più l’Europa che non gli Stati Uniti. La produzione è calata fin qui di un terzo in più che negli Usa, e le previsioni sul pil dell’area euro per il 2009 sono di -4%, dunque peggio che Oltreatlantico, dove dovrebbe scendere meno del 3%. Nel frattempo, la disoccupazione nel Vecchio Continente è in forte crescita, con punte del 17% in Spagna (dato raddoppiato in un anno), mentre in America è ferma all’8,9%. Una situazione paradossale – la crisi importata che fa più danni di dove è nata – che dipende dalle nostre rigidità tipiche, ma anche dal fatto che qui da noi è mancato un coordinamento delle risposte da dare.

Nonostante un impossibile confronto di “scala” (gli interventi fiscali dell’Europa sono stati la metà di quelli Usa), soprattutto in Europa si è reagito in ordine sparso, mettendo di fronte a tutto l’interesse nazionale (nel senso di non comunitario) ed evitando così di mettere in atto quel circolo virtuoso che spingesse chi possiede maggiori risorse (si pensi alla Germania) a fare di più.

Ma vi è un secondo motivo, ancora più strutturale, per cui non possiamo essere ottimisti: la condizione dell’Italia. Pochi giorni fa, infatti, è arrivato il dato Istat sulla produzione industriale, che in aprile è crollata del 23,8%, il risultato peggiore dal 1991, con tutti i settori in profondo rosso, in particolare quello dell’auto (con un -35,1%, seppur inferiore al drammatico -50% registrato nel mese di febbraio).

Questo significa che nel primo quadrimestre dell’anno, così come era stato negli ultimi mesi del 2008, la produzione industriale ha perso un quarto dei suoi volumi e del suo valore.

Sono dati che hanno poi trovato drammatica conferma nelle stime sul pil trimestrale annunciate ieri dall’Istat, che mostrano un calo del 5,9% nel primo trimestre di quest’anno rispetto al corrispondente periodo del 2008, e del 2,4 nei confronti del precedente trimestre. Si tratta della performance peggiore dal 1980, ed è la sesta variazione negativa di seguito, come nel micidiale periodo del 1992/’93, quello della grande crisi della lira. C’è di più, l’acquisito per il 2009 è un calo del 4,6%: di fatto, non è ancora stata pubblicata la Relazione unificata sull’economia e la finanza (che stima un calo del prodotto del 4,2 nel 2009), che già è stata superata in peggio da dati più aggiornati.

Certo, va detto che non siamo i soli a star male. I dati di ieri sono pesanti anche per altri importanti Paesi, sia pure con gradazioni diverse: tra gli altri la Germania (con il peggior calo del pil dal 1970 e con problemi gravi per il disavanzo pubblico), l’Olanda, la Francia (che entra ora in recessione). Ma non è una gran consolazione, soprattutto perché è impensabile credere che quando la crisi sarà alle spalle, quando sia gli Stati Uniti che l’Europa, seppur con ritardo, torneranno a vedere il sereno, l’Italia potrà essere al pari degli altri.

Lo dice prima di tutto la logica: visto che noi eravamo già dalla metà del 2007 a “crescita zero” mentre i nostri competitor non erano scesi sotto il punto e mezzo di aumento del pil; visto che, negli ultimi quindici anni, abbiamo accumulato un divario di un punto di pil all’anno rispetto ai colleghi di Eurolandia, e quasi il doppio nei confronti degli Usa, non si vede perché una volta “passata la nottata” la situazione dovrebbe automaticamente portarci alla pari con i nostri competitori. Soprattutto, perché nel frattempo non è stata messa in atto da noi alcuna riforma strutturale di un capitalismo che ha fatto il suo tempo.

Quello che è mancato in questi ultimi anni, infatti, è stato un vero e proprio censimento dell’economia italiana, un’opera di ricognizione dello stato delle cose, cui seguisse poi un restyling profondo dell’intero tessuto industriale. Cosa che è invece accaduta altrove, con molti altri Paesi che hanno rivisto le loro priorità, come la Germania, che ha attuato – non in maniera indolore – una forte delocalizzazione nell’Europa dell’Est, puntando in patria su settori ad alto valore aggiunto.

O come gli Stati Uniti, che oggi, approfittando della crisi, hanno messo in atto una vera e propria rivoluzione “verde” che riguarda infrastrutture, energia, telecomunicazioni. Da noi, niente di tutto ciò: eppure basterebbe osservare ciò che succede in alcuni settori, come quello dell’auto italiana – dove un intero paradigma industriale sta cambiando per non soccombere, aumentando la scala dimensionale, internazionalizzandosi, modificando il ruolo dell’azionariato familiare – per capire che ciò che sta avvenendo qui riguarderà presto altri comparti produttivi, che saranno messi di fronte alla scelta tra soccombere oppure cambiare radicalmente.

Segnali che finora non sono stati colti, preferendo comunque crogiolarsi ancora una volta nell’ottimismo. Fino ad oggi, però: di fronte a una produzione industriale crollata di un quarto, e a un pil che batte – al ribasso – le peggiori previsioni, tutto questo ottimismo sembra davvero fuori tempo massimo.

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