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La politica “scopre” il riformismo

Un nuovo patto sociale in arrivo?

D’Alema e Montezemolo: prove tecniche di accordo tra le istituzioni. Ma non basta

di Enrico Cisnetto - 05 dicembre 2006

Nuovo patto sociale. Intesa per lo sviluppo. Concertazione per la produttività. Le definizioni si sprecano, ma la sostanza sembra essere una sola: dopo la Finanziaria tanto il governo – o meglio, alcune sue componenti – quanto le parti sociali sentono il bisogno di lanciare un’operazione di recupero di massicce dosi di riformismo nella politica economica. A parte che tutto ciò la dice lunga sulla Finanziaria stessa, quasi che fosse una medicina amara presa controvoglia ma pur sempre necessaria, dove può portare il dibattito che ha preso corpo nella due giorni organizzata da D’Alema a Milano (pardon, Sesto San Giovanni) con i cosiddetti poteri forti e che già fa parlare di un inedito asse del ministro diessino con Montezemolo? Cerchiamo di capire, separando il grano dal loglio. Una prima questione è quella relativa all’establishment economico-finanziario, in pieno riassetto, e i suoi rapporti con la politica. Non c’è dubbio che i leader politici – Prodi, D’Alema, Rutelli, Berlusconi, Casini – che si sono posti in questi anni come interlocutori o nemici di imprenditori e manager, pubblici e privati, siano oggi impegnati, in forte conflitto o competizione tra loro, nel definire la nuova geografia del potere made in Italy. E che ad essi facciano riferimento tutti coloro che nel mondo del denaro sono interessati a nuovi assetti, mai definiti dopo la morte di Enrico Cuccia e in discussione già prima, dalla seconda metà degli anni Novanta. Dunque, non c’è dubbio che la discussione su “patti” e “assi” nasconda la battaglia per la definizione di questi difficili equilibri di potere. Anche perchè ogni giorno ci sono questioni aperte, dal risiko bancario al caso Telecom fino alla privatizzazione di Alitalia, che aprono guerre di potere e propongono alleanze.

Ma sarebbe riduttivo pensare che la cosa stia tutta qui. Il dibattito – che per certi versi sembra riecheggiare quello che durante gli anni Settanta prese il titolo di “alleanza dei produttori” e vide coinvolti riformisti del calibro di Ugo La Malfa e Giorgio Amendola – riguarda anche la modalità con cui tornare a far crescere il Paese, riducendo il gap competitivo di cui soffre nell’economia globalizzata. Il problema non è tanto quello delle “ricette” di politica economica – che pure sembrano risentire di discussioni “ideologiche” su Stato e mercato, senza capire che ci vogliono entrambi, e più moderni di quelli attuali – quanto delle modalità con cui far prendere decisioni ad un Paese che nasconde la testa sotto la sabbia e tende a pensare che ci sia tempo. Si tratta di una preoccupazione giusta. Solo che, almeno per come sono andate le cose finora, si tende a dare una risposta sbagliata, o almeno parziale. Si crede, cioè, che un patto tra imprenditori (Confindustria in particolare, ma non solo) e sindacati possa creare quelle condizioni di pace sociale che può permettere al governo (quale che esso sia) di fare quelle riforme strutturali che per pavidità finora non sono state realizzate. Si tratta di una pia illusione: senza la politica – cioè il governo, ma non solo – il patto a due o si risolve in inutili dichiarazioni d’intenti o, peggio, in un accordo su cosa e quanto chiedere ad un decisore politico debole e privo di idee. Voglio dire, cioè, che senza una Politica forte e progettuale (dunque non è un caso che abbia usato la P maiuscola), anche le migliori espressioni della società – i produttori, antitesi dei percettori di rendite parassitarie – non sono in grado di far marciare la macchina dello sviluppo.

E perchè ci sia la capacità di decidere, prima di ogni altra cosa occorre rimettere a posto il sistema politico. Il che significa chiudere con coraggio e senza indugio la stagione della Seconda Repubblica, clamorosamente fallimentare, e aprirne una nuova, su basi diverse dall’improduttiva contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra. Si tratta di un passaggio di cui si parla molto e da molto tempo, ma che finora non si è materializzato. La prossima volta, cari D’Alema e Montezemolo, vi converrà parlare di questo, se davvero volete aiutare il Paese a uscire dal declino. Pubblicato su La Sicilia e Il Gazzettino del 5 dicembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario