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Public Policy

Gli USA hanno Obama, noi Tremonti e Berlusconi

Un New Deal all’italiana?

Crisi globale e risposte nazionali

di Elio Di Caprio - 25 novembre 2008

Se ci fosse una Spectre, una setta dai fini reconditi, a governare il mondo verrebbe da chiedersi perché proprio negli ultimi mesi, alla scadenza del mandato del Presidente Bush, sia esplosa in tutta la sua drammaticità la crisi finanziaria internazionale. Perché ora? Per spingere Barach Obama sul podio presidenziale? Per risettare il mondo in vista di fini che non conosciamo?

Tutti si guardano bene dal formulare ipotesi per il futuro, di quando e come si potrà uscire dalla crisi mondiale. Le conseguenze di lungo termine di quanto è successo e succede dipendono, ci dicono, dall’entità del disastro e dalla saggezza e tempestività delle misure di contenimento che verranno adottate non da un governo globale, che non c’è, ma dai principali Stati o aree economiche che guidano l’economia mondiale. Tutto dipenderà dagli USA che hanno la responsabilità di aver innescato una crisi finora incontrollabile – ci viene detto che una di tali dimensioni succede ogni cento anni, quasi si trattasse di un’eclissi solare totale – dalla Cina, dall’Europa, dalla Russia, dalle altre economie sviluppate, dai famosi fondi sovrani arabi che con il petrolio sotto i 50 dollari a barile non sono più pingui come prima.

Quando passerà l’ubriacatura pro-Obama ci si accorgerà che il nuovo presidente degli USA avrà, come è giusto e prevedibile, più a cuore i destini degli USA che quelli dell’economia mondiale. La successione logica e cronologica delle grandi crisi finanziarie è sempre la stessa: si passa dalla recessione (chissà perché) tecnica, alla recessione vera e propria, alla depressione, grande o piccola che sia, al protezionismo. Non è a suo modo già un riflesso protezionistico quello che spinge la Lega della piccola Italia a chiedere uno stop di due anni al flusso degli immigrati per timore degli squilibri sociali conseguenti quando non ci sarà più lavoro per tutti? Se gli USA salvano la loro industria automobilistica con fondi pubblici non si vede perché l’Europa o il Giappone non debbano fare altrettanto per le industrie di settore: La gara è appena cominciata. E’ difficile dividersi tra ottimisti e pessimisti quando permane l’ignoranza globale dei dati globali, si naviga a vista, possono venire a galla nuovi “mostri”, come dice il nostro Tremonti, oltre i mutui subprime, dalle carte di credito alle assicurazioni sui crediti che hanno generato un’incredibile economia di carta a livello mondiale.

Se dovessimo dar credito a quanto sostenuto a più riprese dal Sole 24 ore di un mese fa in un reportage sulla “grande crisi”, il mercato dei derivati che passa al di fuori delle Borse regolamentate è enorme. Il conto arriva a 531 mila miliardi di dollari, un mercato dieci volte più grande del PIL mondiale. E’ questo il punto di partenza del flagello attuale. O anche il Sole 24 ore fa disinformazione? L’economia non è mai stata una scienza esatta, solo a posteriori si è capito qualcosa. C’è sempre il grande alibi della psicologia collettiva che viene richiamata per spiegare l’avvitamento delle crisi che diventano ingovernabili per mancanza di fiducia da parte dei consumatori che, impauriti, non consumano più e bloccano il libero mercato. Silvio Berlusconi è su questa linea, crede o fa finta di credere che sia questo il vero problema. Né servono altre dotte analisi futuriste su ciò che ci aspetta.

E’ evidente che sono tutte parole in libera uscita che non risolvono le emergenze immediate, come gli interrogativi dei nostri analisti se è giusto e in che misura che la politica debba prevalere sull’economia – solo per regolare o per fare o intervenire?- o se lo statalismo conseguente debba avere carattere temporaneo ed emergenziale o invece stabile e quasi permanente. Diventano discussioni oziose quando viene proclamato ai quattro venti che altre regole sono necessarie per impedire in futuro un cataclisma simile a quello che stiamo vivendo. Chi se ne farà carico? Il libero mercato lasciato a se stesso? Ed è possibile un New Deal, questa volta di carattere internazionale, non come quello americano di Delano Roosvelt negli anni ’30 del secolo scorso? Ritornano per forza di cose i paragoni con il passato.

Lo storico di origine tedesca Wolfgang Schiwellbush ha recentemente dato alle stampe un interessante saggio sulle sorprendenti analogie tra i provvedimenti messi in atto allora da Roosvelt, Mussolini e Hitler per contenere la Grande Depressione : un nuovo controllo sull’economia e la società, il valore anche simbolico delle grandi opere pubbliche, l’architettura monumentale, le campagne di arruolamento dei cittadini chiamati a essere leali difensori della patria, l’esaltazione dei concetti di nazione, popolo e terra. Le risposte pragmatiche di regimi diversi furono simili. In un contesto ora completamente cambiato le risposte alla crisi globale sono ben altre, ma in via immediata non possono essere che a carattere nazionale: è sempre la polis la prima linea del fronte che cerca protezione e garanzie dai suoi governanti . Succede anche nel mondo globalizzato. Ma non è che si intraveda un modello italiano, un “new deal” di reazione coerente e conseguente che infonda fiducia, almeno a giudicare dai primi provvedimenti presi.

Il Ministro-filosofo Giulio Tremonti si converte all’etica ed invoca Dio, Patria e famiglia, anch’egli evoca gli spiriti liberi e forti da arruolare in una situazione che vede sempre più drammatica (come e più degli anni ’30?) mentre Silvio Berlusconi è più ottimista, pensa veramente che tutto sia risolvibile con un’iniezione di fiducia. Intanto si inventa, con la complicità di Tremonti una manovra (non aggiuntiva per il momento) da 80 miliardi di euro pari a più di due finanziarie messe assieme e pretende pure che i cittadini non si interroghino perché si è attesa una crisi di dimensioni mondiali per velocizzare gli investimenti pubblici ed irrorare l’Italia di una pioggia di miliardi che prima non c’erano. E’ vero che non siamo negli anni ’30 ma se è questo l’inizio di un New Deal all’italiana è ragionevole avere qualche piccolo dubbio sulla sua efficacia strategica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario